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Omaggio a Anthony Grafton
DANZI, Massimo
Abstract
Profil de Anthony Grafton et compte-rendu détaillé des 2 volumes des Mélanges publiés par l'éditeur Brill, à l'occasion des 65 ans de l'historien (2016). Les 7 parties des Mélanges sont intitulées selon divers domaines de la recherche de Grafton: 1. Scaliger and Casaubon, 2.
Knowledge Communities, 3. Scholarship and Religion, 4. Culture of Collecting, 5. Learned Practices, 6. Approaches to Antquity, 7. Uses of Historiography
DANZI, Massimo. Omaggio a Anthony Grafton. Bibliothèque d'Humanisme et Renaissance , 2016, vol. 78, no. 3, p. 665-672
Available at:
http://archive-ouverte.unige.ch/unige:125096
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BIBLIOTHÈQUE n•
HUMANISME RENAISSANCE ET
TRAVAUX ET DOCUMENTS TOME LXXVIII
LIBRAIRIE DROZ S.A.
GENÈVE 2016
Bibliothèque d'Humanisme et Renadsa�ce-Tome LXXVIII - 2016- n° 3, pp. 665-672
OMAGGIO A ANTHONY GRAFTON
Nel suo sessantacinquesimo anniversario, trentacinquesimo di insegnamento universitario, Anthony Grafton riceve un monumentale omaggio scientifico da parte di amici e colleghi, che Brill pubblica in una ·plendida quanto obrfa veste tipografica1• L'omaggio che.egu a un mese di di tanza da quello che Prin eton ha re o al uo . torico ( i veda: graftoniana.princeton.edu) è condiviso, nel ricordo della scomparsa dell'amica e storica rinascentista inglese Lisa Jardine:
To the memory of Lisa ]ardine (1944-2015) suona la dedica.
La Festschrift è stata presentata a Zurigo nel giugno scorso, in occasione del convegno per i 500 anni della na cita di Conrad Gessner (1516-1565) che ha riunito una cinquanLina di relatori provenienti da tre continenti, fra cui vari amici e colleghi di Tony Grafton. Ricordo la sua commozione quando, di séguito al ricordo del marito John Hare, ha preso la parola ricordando l'amicizia e collaborazione con la storica, dalla quale - ha mormorato -
«tutto ho imparato». La «generosità» intellettuale di Grafton, virtù che con l'inesauribile sua «energy» è il lemma più ricordato nel Liber amicorum redatto per l'occasione a Princeton, è al centro del bel ritratto che di lui danno, con affetto e competenza, Ann Blair et Nicholas Popper e che introduce alla ricca bibliografia scientifica raccolta alle pp. LI-LXXVII da C. Philipp E. Nothalft. «Amicitia potest multum, et ut multum potest» recita una citazione dell'ellenista tedesco Martin Crusius che illumina I' Editors' Preface definendo, in quella sede, perfeuarnente, la naturn della rete umana e scienlifica di questo storico definito «eminent scholar, great friend and colleague, ancl catalyst of collaboration and community».
La Festschrift riunisce 56 interventi di studiosi in maggioranza americani e inglesi, ma anche svizzeri, tedeschi, olandesi e uno italiano (quattro interventi sono in tedesco, uno in latino). Si tratta di studiosi che hanno lavorato con Grafton o, se più giovani, con lui hanno trovato la via degli studi, contagiati da una passione per la ricerca capace di trasformare l'indagine sulla «scholarship», che Grafton ha eletto a uno dei suoi principali temi di ricerca su un periodo che dall'Antico arriva ali' Illuminismo, in lascito vivo e attuale. Una ricerca che si alimenta e sconfina costantemente in un piacere della mente (perfetto il titolo dell'omaggio), che albergherebbe facilmente sotto l'etichetta con cui Petrarca apre le sue Familiari: «Lector, intende: laetaberis».
For the Sake of Learning. Essays in Honor of Anthony Grafton, edited by Ann Blair and Anja-Silvia Goeing, Leiden-Boston, Brill, 2016, p. IX-LXXVII+ 1082 («Scientific and Learned Cultures and Their lnstitucions» 18/1-2).
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Grafton, che da Princeton volge spesso lo sguardo a tempi e maestri della sua formazione europea (basti il nome di Arnaldo Momigliano, cui ha dedicato più òcordi: ma Momigliano è poi, in Inghilterra e fuori, un metodo e una rete di uomini e studi), è stato ed è di casa in Europa: da Wolfenbtittel al Max Planck Institut di Berlino, dal Warburg di Londra al Collège de France, dall'Accademia Americana di Roma a «Villa I Tatti». Sono percorsi che segnano la sua impre sionante bibliografia scientifica. Per rrerla è occa ion di sorprese anche per chi qualco a dj lu1 ha letto. Vi affiorano interessi m Ho vari, che vanno oltre i libri sui più noti: recensioni a cataloghi pittorici (Botticelli, Pietro di Cosimo, Vermeer) ma anche a studi storico-artistici e opere tra il letterario e il figurativo (Gombrich, Martin Kemp, Joseph Leo Koerner o il Polifilo ecc.), interventi sull'educazione e la scuola di oggi, sulla letteratura moderna e contemporanea (da Primo Levi a A.B. Yehoshua) e molto altro che appartiene a un intellettuale in cui l'onnivora curiosità si accompagna alla strumentazione per soddisfarla. Scrivendo in inglese, tedesco, francese e italiano (ma una recensione è anche dall'olandese ... ), Grafton è certo il più europeo degli studiosi americani ma anche fra i più armati protagonisti degli
«studia humanitatis» davanti a Babele. Per un lettore italiano sarà confortante notare che l'Italia è, con la Germania, il paese che più lo ha tradotto: dalla monografia su Girolamo Cardano a quella su Leon Battista Alberti dalla Nota a pie' di pagina ai suoi Falsari o al recente libro su Cristianesimo e
trasformazione del libro (2011).
I 56 interventi coprono aree disciplinari diverse, ma riportabili tutte a una stoòa intellettuale, sociale e culturale frequentata dallo storico di Princeton sub specie philologiae: filologia classica e umanistica in primis, storia degli studi e dell'erudizione, del libro e della lettura, studi orientali, storia del Cristianesimo (dei suoi temi e rappresentanti), o del collezionismo artistico e librario. Siccome i titoli non sempre illuminano sufficientemente il tenore dei saggi raccolti, questo intervento vorrebbe offrire maggiori elementi di conoscenza al lettore traendoli da un percorso appassionato e totale della Festschrift, che volutamente limita le considerazioni personali.
Gli interventi sono suddivisi in grandi aree tematiche: la prima ruota intorno a carteggi e opere di Giusto Scaligero e Isaac Casaubon, grandi ellenisti fra Cinque e Seicento, e il primo cantiere graftoniano per eccellenza dalla tesi dottorale al progetto Balzan del 2002, attraverso la direzione del progetto della Corrispondenza - apparsa a Ginevra nel 2012 in 8 volumi, presso l'editore Droz (a cura di Paul Botley e Dirk van Miert) e contiene saggi dello stesso van Miert, Nicholas Hardy, Joanna Weinberg, Mordechai Feingold, Kasper von Ommen e Henk Jan de Jonge. La seconda sezione intitolata «Knowledge Communities» illumina una serie di percorsi culturali e storici ancora in gran parte attraverso coròspondenze epistolari di personaggi di varia estrazione ( dalle lettere di pertinenza londinense di John Chamberlain a quelle del medico Baudouin Ronsse, alla corrispondenza di Athanasius Kircher, e altri) ma anche sulle relazioni, per esempio, di Isabella Andreini (e famiglia) con il
CHRONIQUE 667 mondo colto europeo o sulla trattatistica del «maestro di casa» nell'Italia del Cinque e del Seicento o infine su quella che Serjenantson chiama la «politics of learning», studiata nel De augmentis scientiarum di Bacon in rapporto a Erasmo, Giusto Lipsia, Casaubon e Campanella (saggi di James S. Amelang, Nancy Siraisi, Sarah Gwymeth Ross, Daniel Stolzberg, Laurie Nussdorfer e Richard Serjeantson). La terza sezione, intitolata a «Scholarship and Religion»
contiene saggi su una spuria Vita di Maometto di Pomponio Mela (tratta e rimodellata a partire dal II libro del Romanae historia compendium), su Lutero postillatore del Novum testamentum di Erasmo (Basel 1527), sul cantiere della filologia biblica al tempo del Concilio di Trento, sul «discernimento» spirituale come esigenza del controllo sensoriale, particolarmente in epoca postridentina, sul nesso, in Germania, fra legge naturale e religione nel solco della ricezione del giurista e orientalista inglese John Selden, sul rapporto tra mondo luterano e Islam nel sec. XVIII e sul tema del «sacrificio regale» tra religione e politica (saggi di Margaret Meserve, Arnoud Visser, Scott Mandelbrote, Stuart Clarke, Martin Mulsow, Bruce Janacek, Alastair Hamilton e Jonathan Sheehan).
Più compatta la quarta parte su «Cultures of Collecting», che trattando di biblioteche, musei o collezioni di vari tipo si apre all'iconografia e alla storia dell'arte. Si inizia con un rassegna di codici e «biblioteche» di ( o posseduti da) autori antichi cristiani e si prosegue con gli autori greci presenti nella Politia literaria del Decembrio, testo umanistico di interesse ben graftoniano. Si prosegue con una nota sulle acquisizioni e sull'indicizzazione dei libri della Biblioteca Colombina di Siviglia, riunita da Hernando Colon, con il recente recupero del manoscritto della terza parte della Historia plantarum di Conrad Gessner alla Biblioteca Universitaria di Tartu e con un intervento, in chiave di attualità, su alcuni indici antichi (la Bibliotheca di Gessner, gli «Indices librorum prohibitorum» o il Theatrum di Zwinger) affrontati nell'ottica di un'indicizzazione pregoogleriana. Gli ultimi interventi, che aprono in parte all'iconografia e al rapporto tra immagine e storia naturale vertono sul ciclo sistino degli «alfabeti» che decora le pareti del salone della Biblioteca Vaticana interpretato alla luce della tradizione calligrafica e testuale del secondo Cinquecento, sulle vicende del «Libro dell'Alleanza» di Pinhas Hurwitzi ( 1797) e sulla componente ornitologica presente nella «Kunstkammer» di Dresda e il suo rapporto con la coeva pittura «naturalistica» (saggi di Roland Kany, Christopher S. Celenza, William H. Sherman, Urs Leu, Helmut Zedelmaier, Paul Nelles, David Ruderman, Thomas Da Costa Kaufmann).
Il secondo volume di questa miscellanea inizia con la sezione, la quinta, intitolata «Learned Practice»: a pagine sulla rappresentazione tabellare di una serie assai eterogenea di fatti dispersi su quattro secoli (XVI-XX) e priva di conclusioni seguono interventi più strutturati: fra retorica e legge muove lo studio di un codice ginevrino di Francesco Pescennio Negro e Pietro da Ravenna, che l'autrice riporta all'ambiente dell'Università di Padova. Alla complessa cultura astronomica del Rinascimento ( cultura, per quanto ricordo alla fine di questo intervento, ben graftoniana) conduce lo studio di due oroscopi italiani, opera di Giovanni Regiomontano: quelli di Luca Gaurico e di
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Girolamo Cardano. Ad esso segue un saggio sull'interpretazione che l'ebraista e cabalista tedesco Johannes Reuchlin diede della «lingua adamitica», un' indagine sulla censura controriformata che colpisce i sonetti antiavignonesi del Petrarca e un altro, d'ambito italiano, sull'evoluzione del pensiero politico di Tommaso Campanella, inseguita fra la Città del sole (nella versione italiana e poi latina), gli Aforismi e le Quaestiones, prima e durante la lunga prigionia napoletana. Campanèlla prelude a una indagine sulla dimensione onirico
visionaria presente nella esperienza del medico-alchimistica belga Johan Baptista Van Helmont e di alcuni suoi seguaci americani e inglesi del secondo eicento: una �oneiric epistemology)>, come sottolinea l'autore, pronta a confinare in una più inquietante «eh ory of spirits». Un successivo intervento muove dal libro di conti e ricordi di Sabatino Morais (Livorno 1823-Filadelfia 1897), figura di colto ebreo - anzi rabbino - ortodosso e «republicano» (fu in relazione con Mazzini), contrario al sionismo politico, divenuto il primo presidente del Seminario Teologico ebraico (saggi di Paul Michel, Anja-Silvia Geing, N.M. Swerdlow, Wilhelm Schmidt-Biggemann, Peter Stallybrass, Kristine Louise Haugen, William R. Newman, Arthur Kiron).
Le ultime due sezioni della Festschrift («Approach to the Antiquity», 6 e
«Uses of Historiography>>, 7) sono le più estese, contando dieci saggi ciascuna.
La prima inizia portandoci tra Toscana e Lazio sulla scorta della Morte d'Artur tarda rielaborazione del ciclo ad opera dell'inglese Thomas Malory (XV s.).
Seguono un'interpretazione della dimensione fortemente «fisico-corporale»
presente nel linguaggio con il quale gli umanisti (da Petrarca a Poliziano) descrivono le riscoperte degli «auctores», un contributo sulla storia di parole
concetto come «republica» e «democrazia» dall' antichità all' umanesimo (che evidenzia il ruolo che è stato, nell'evoluzione dei concetti, di un umanista come Ciriaco Anconitano) e un saggio che partendo da Diodoro Siculo s'incentra sull'interpretazione umanistica che dell'origine del «genere umano»
diedero Annio di Viterbo, Marcantonio Sabellico o Johannes Boeme. Alla fortuna di Marco Aurelio come modello sono ispirati i saggi sul significato di quel modello nei trattati filo-imperiali dello spagnolo Antonio Guevara e il successivo intervento sull'apporto degli umanisti fiamminghi, e in patticolare di Jan Gaspar Gevaerts (1593-1666), al cantiere filologico di Marco Aurelio.
Seguono un saggio sulle forme e le fonti del pensiero teologico naturale in due gesuiti come il toscano Roberto Bellarmino e il fiammingo Leonard Lessius e uno sulle cure critiche e filologiche che il matematico e grecista inglese Henry Savile (1549-1622) dedica a Euclide, e che parte, allargandosi poi ad altri autori, dall'importante commento che Proclo dedica al matematico greco.
A questo punto, gli ultimi due articoli della sezione 6 impongono una svolta verso argomenti più moderni, sempre tuttavia illuminati alla luce dell'Antico, così come la ricerca di Tony Grafton ha in più campi esplicitato. Ed ecco un intervento sul rapporto «Natura»-Educazione nell' Emile di Rousseau, rivisitato sul lungo periodo alla luce del dialogo con antichi autori e uno finale dedicato alla «questione omerica», vista attraverso la fortuna o piuttosto la sfortuna ( cui fecero eccezione in pochi, come il Foscolo «inglese» o, su un
CHRONIQUE 669 piano artistico, l' illustratore John Flaxman), dei Prolegomena ad Homerum di Friedrich August Wolf: un'opera (di cui Grafton si è occupato dandone con altri una traduzione per Princeton U.P, nel 1983) poco gradita in Inghilterra per il ridimen ionamento filologico che faceva dell'aulore e di un corpus che, particolarmente in Scozia fra Sette e Ottocento, garantiva un' equivalente tradizione epico-nazional-popolare (saggi di Ingrid D. Rowland, Hester Schadee, James Hankins, C. Philipp E. Nothaft, Thomas Dandelet, Jill Kraye, Brian W. Ogilvie, Robert Goulding, Jung Oelkers e Diane Greco Josefowicz).
La sezione 7 e ultima s'intitola agli «Uses of Historiography», categoria ben cara a quel grande maestro di Grafton che fu Momigliano. Apre Salvatore Settis, che affida al latino una sua «lucubratio» sulla parola «classico», indagandone l'origine la storia e i significati. Il latino di questo intervento si giustifica perché l'articolo appare contemporaneamente sul numero I di
«Mantinea» (2015), rivista pubblicata sotto l'egida del!' Accademia Vivarium novum, dell'Istituto italiano per gli studi filosofici e del Pontificium Institutum altioris Latinitatis, fiduciosamente intesa a rinnovare l'uso di quèlla: lingua classica nella comunicazione tra studiosi. Segue un intervento sulla religione popolare nei Pirenei francesi del primo Seicento cenu·ata . u tre libri di pietà legati ai antuari di Notre-Dame de Garaison (queJJo di Pierre Geoffroy, 1 607 e la continuazione di Etienne Molinicr del 1646) e di N u·e-Dame de Betharram (Piene de Marca, Traité des merveilles, 1646).
L'intervento sulla figura dello storico e falsario bolognese Alessandro Machiavelli è un altro contributo di natura ben graftoniana, questa volta indirizzato alla storia delle donne (non, direi, ai «gender studies» ). Illustra, nell'Emilia di Ludovico Antonio Muratori, l'affascinante storia di una falsa dissertazione scritta a prova dell'esistenza di Betisia Gozzadini, accreditata come la prima donna del Medioevo addottorata i in giure all'Univer ità cli Bologna e si può fin d ora accreditarne il ucce o nell ambilo di ludi
«gender>>. Ma graftoniano è poi anche il contributo eh egue sul particolare apporto di Goethe a una sensibilità antiquaria non accademica, condotto in olidale dialogo con Momi gliano e Grafton (e per il GoeU1e «orientali ta»
con Katharina Mommsen), sulla base di pagine tratte principalmente dalla Farbenlehre, dal Faust o dalle Noten al West-ostlicher Divan. Solidale all'orientalismo di Goethe, è il saggio centrato sulla figura dell'egittologo berlinese Georg Ebers (1837-1898), responsabile di una volgarizzazione dell'Egitto attraverso i suoi numerosi romanzi antichizzanti, mentre il saggio seguente traccia una veloce mappa degli ambili cui si è applicata la co i detta
<<Quellenforschung» (ambito veterolestamenario, omeric po.i clas .i e, in parte, moderno) ragionando in particolare sull cure che NieLz che dedicò a Diogene Laerzio e confrontandone Je rappre entazioni «genealogiche» del filologo-fjJo ofo tede co con gli stemmata codi um che già avevano trovano in Karl Lachmann la loro definizione di metodo.
Dato il peso della tradizione filologico- rudita tede ca negli ambiti coltivati da Anthony Grafton, e la sua olida cultura germanica (nutri ta da ripetuti soggiorni al Max Plank Institut di Berlino o a Wolfenbiittel), appare a questo
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punto del tutto naturale il contributo che si legge su Theodor Mommsen. La storia della grande impresa che fu il C/L, Catalogus inscriptionum latinarum (1847: non ancora terminato), occupa il penultimo saggio dove il confronto è con i paradigmi che ressero il C/G di Boeckt (Cat. inscript. graecarum), sancendo l'eccellenza raggiunta dall'équipe di Mommsen (che della diretta autopsia delle iscrizioni faceva il suo vangelo) a fronte di un'impresa condotta (quasi) in solitario. e non sempre de visu. L'ultimo contributo della sezione verte sulle tecniche di memorizzazione della cronologia, un tema già oggetto di un volume firmato da Grafton a due mani (Cartography of Time del 201 0), ma qui centrato sugli interessi che in quell'ambito furono di Mark Twain e che sembra preludere alla messa on-line del gioco commercializzato, invero con scarso successo, dallo scrittore fin dal 1892 (saggi di Salvatore Settis, Virginia Reinburg, Paula Findley, Peter N. Miller, Suzanne Marchand, Glenn W. Most, Lorraine Dasston, Daniel Rosenberg).
Due contributi chiudono, fuori sezione, questo omaggio e di conseguenza questa rapida epitome: un estremo saggio di Lisa J ardine sulle dense annotazioni marginali lasciate da Gabriel Harvey (1553-1 631) su un Livio, un Machiavelli (inglese), un Guicciardini o ancora sulle Facetiae del Carboni o sull'Oikonomia di Pietro Ramo. Sono note che illuminano il dialogo con altri lettori (principalmente Philip Sidney) e che la storica inglese affronta nell'ottica del «reading it is a prelude to doing» («Studied for Action», appunto, è il titolo del saggio). Si capirà meglio cosa questo intervento significhi ricordando che, proprio sul Livio di Harvey, e nella prospettiva di una «history of reading», si erano congiunti ormai venticinque anni fa gli interessi antichizzanti della Jardine con quelli di Grafton2• Il secondo e ultimo intervento della Festschrift affronta, a opera di J acob Soll, per la prima volta la questione del «metodo»
di indagine di Anthony Grafton, cresciuto in un percorso che integra la formazione americana (Grafton seguì a Chicago, fra altri, gli insegnamenti della classicista Hannah Gray, dello storico italianista Eric Cochrane e dello storico dell'astronomia Noel Swerdlow) con il magistero di Arnaldo Momigliano, incontrato a Londra fin dal tempo della tesi su Scaligero (1973) e poi a Chicago, dove insegnò ripetutamente a partire dalla fine degli anni Settanta. Tony Grafton ha del resto ricordato più volte quel fondamentale magistero3• Un insegnamento, che centrato sull'età ellenistica e la storia dell'ebraismo anche collegava meglio l'Umanesimo all'Antico attraverso la filologia di Poliziano e allievi ( e qui può esser fatto il nome dell'altro grande
«spiemontizzato» a Londra, Carlo Dionisotti) leggendo l'Umanesimo come un fenomeno internazionale che sbocca in Erasmo e prosegue con Scaligero (importante per lui la lezione di Pier Vettori), Lipsio, Budé e altri protagonisti
E infatti riprende in parte un articolo scritto a due mani: L. Jardine-A. Grafton, Studied far Action: How Gabriel Harvey read his Livy, «Past & Present» 129, 1990.
Fino al bellissimo «Momigliano's Method and the Warburg Institute» del 2007.
Cl;!RONIQUE 671 del metodo filologico nell'Europa della prima età moderna. Riconoscendo la centralità del magistero di Momigliano nella formazione di Grafton, Soll ne osserva però anche le differenze. Così, al tronco comune costituito dal costante, a volte sotterraneo, riferimento alla scholarship «tedesca», incontrata fin dagli anni di Scali gero nella figura del filologo e orientali ta di Bonn Jakob Bernay4 (e poi particolarmente nel egmento eh da Wolf arriva a Momm, en) Grafton uni ce da un .laLo una più deci a apertura ver. o la cultura s ientifica e da un altro l'interesse per la storia del libro, che in lui si fa storia della lettura e dei lettori. Il coniugarsi di scienza e cultura classica (vivo fin dal primo articolo su Scaligero del 1975) non era estraneo al campo degli studi filologici, come appare nel grecista August Boeckh (1785-1867), ricordato in un altro contributo della miscellanea intitolato al metodo delle «Quellenforschungen»
in Germania. Ma esso prende tutta la sua attualità ricordando l'insegnamento, a Chicago, dell storico dell'aslron mia Noel Swerdlow che proprio negli anni in cui GrafLon si forma coniuga nei uoi co,--i umanesimo e toria della matematica lavorando sull'origine delle teorie planetarie di Copernico. Per altro verso, l'interesse che in Grafton è' vivissimo per una storia del libro che sia anche storia di lettori e delle «modalità» di lettura, se si lega alla pratica delle annotazioni umanistiche al testo, non va, esente, mi pare, dal magistero a Princeton di uno storico come Robert Damton (vi insegnò tra 1968 e 2007) o dal dialogo ·ucces ivo con Roger Clrnrlier a Parigi .
Tornando a questo ricco .maggi e ai suoi interventi, i presterà infine la giusta attenzione a!J 'lnclice del libro, qua i J 00 pagine di n mi e concetti chiave redatte con esemplar impegno da Maria Riatto e dalla Goeing utilissime per percorrere i vasti territori che ci squad rna ora questo monumento di cultura e erudizione. La Fe, tschrift riflette la gratitudine e la pa ione scientifica di molti per tm ·torico che più di altri ha amato ama l'Europa ciel «metodo»
filologico appa sionatamente entend lo più in generale come vettore di progre o e civilizzazione. Va osservato un carattere comune.a m lti interventi dell'opera. La capa ità, viva in qua i tutti gli autori di volgarizzare la materia indagata qua .i emprc ad alti imi livelli e con un linguaggio acces ibile ai più. Non che i contenuti iano sempre a p rtata di mano, ma il linguaggio av icina più che allontanare. E non è que to un tratto oggi . empre comune alle cienze, sopraltulto a quelle che, sorte magari da grembo umani tico veleggiano verso idio.letli propri a volte incompren ibili ai più.
Grafton è in que to . en o anche un «formulatore» di etichette di successo:
Eusebio è stato «a Chri tian Impresari.o for the code. » (Chri.\'t.ianity and the Tran�formatiOfl of rhe Book, Cambridge MA, 2006), «worlcl made by words»
dipinge una comunità cli I Uori che producono cono cenza ( Wordl: Made by Words: Scholcirship a11d Community in the Modem West Cambridge Ma 2009), la nota a p.ie di pagina non ha più lo tes o Lalllto da quando, prima in un breve saggio tedesco (FuBnote, Berlino 1995) poi in volume, (Londra
Sul quale, fin dal 1969, aveva scritto ancora Momigliano.
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1997), gli ha restituito la valenza euristica che sappiamo. Ha insomma ragione Miller, quando nel bel contributo sull'apporto di Goethe alla sensibilità erudita osserva che con i suoi studi Grafton «has changed how all of us see the past»
(p. 916). Quasi il segno dì una nuova cartografia del sapere, per usare un termine a lui grato, che nel solco dì un adagio colombino ( «A Castilla y a Le6n Nuevo Mundo dio Col6n») potrebbe suonare come «All'antico e al moderno nuovo aspetto diè Graftòn».
Pochissimi gli errori dì stampa infine in un' opera di più dì mille pagine, dalla veste elegante e solida come sa fare l'Editore di Leiden e Boston. Ma mi si permetta di chiudere su una personale idiosincrasia ( che dunque vale ciò che vale): le parole spezzate in fine di rigo. Continuano a parermi insopportabili amputazioni tipografiche come «alter-ìty», «lon-ing», «estab-lishing»,
«preced-ing», «filol-ogy» o «mod-ern», ecc. che non corrispondono a una nessun découpage innovativo del mondo e sarebbero facilmente emendabili.
Per tutto il resto, il libro onora la scuola dì un grande storico e risarcisce con generosità il lettore che lo percorra.
Ginevra. Massimo DANZI