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Abitare la città

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Academic year: 2022

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Abitare la città

RAFFESTIN, Claude

RAFFESTIN, Claude. Abitare la città. In: Alberico Barbiano di Belgiojoso. Milano. Qualita della città e progettazione urbana . Milano : Mazzota, 1988. p. 74-87

Available at:

http://archive-ouverte.unige.ch/unige:4505

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Abitare la città / Vivere la città

Claude Raffestin

Non abitiamo la parola "città"

Vorrei evocare una esperienza banale, di cui sono stato vittima dieci anni fa, e che sembrerà molto lontana dal tema che devo trattare, ma che, in realtà, è molto vicina. Sarà anzi al centro del mio discorso.

Avevo acquistato in uno di quei mercati settimanali o bisettimanali di una città italiana una piccola casseruola, di cui mi avevano affascinato le dimensioni e che contavo di utilizzare per bollire dell'acqua. Imballata nella plastica e apparentemente senza difetti esteriori, la comprai sul momento. Smaltata, terminava con un mani- co in metallo. Allorché volli utilizzarla constatai che il peso del manico era tale che la casseruola, posata sul fornello, si rovesciava. Riempita d'acqua essa riprendeva la posizione normale perché l'acqua equilibrava il peso del manico. Seppure scon- tento mi dissi che nonostante tutto era utilizzabile. Errore! Prima che l'acqua arri- vasse all'ebollizione, l'evaporazione era sufficiente perché la casseruola nuovamen- te si inclinasse e una parte dell'acqua scorresse sulla cucina economica. Non ho più potuto utilizzarla. Era una curiosità straordinaria ma non una casseruola.

Poco tempo dopo ho scoperto i lavori dello studioso di semantica polacco Kor- zybski che amava ricordare che non ci si siede sulla parola sedia. Devo dire che ho pensato alla mia casseruola. In effetti, non si fa bollire l'acqua nella parola cas- seruola! Io non avevo acquistato una casseruola ma la parola casseruola. Non ho mai pagato una parola così cara!

In modo analogo e omologo è lecito affermare che non abitiamo la parola città.

Come si fanno casseruole che non sono tali, anche se esse ne suggeriscono la parola, così si possono fare città che tali non sono: la parola non è la cosa.

Questo problema della cosa è stato posto da Heidegger in termini diversi ma non così lontani dal mio esempio familiare e, ne convengo, assai banale. Anche se que- sto può scandalizzare, l'ammetto, devo dire che la città è una cosa allo stesso modo della casseruola. Allorché Giedion scrive che "un architetto il cui interesse non si estende dal semplice rubinetto alla pianificazione di tutto un territorio non ha af- ferrato il senso dell'architettura contemporanea" vuol anche dire che esiste una ne- cessaria continuità tra la cosa elementare e la cosa complessa.1 Questo principio

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di continuità riguarda il fatto che ogni cosa è unione: "Riunendo, la cosa trattiene i Quattro che sono uniti, la terra e il cielo, i divini e i mortali; li trattiene nella semplicità del loro Quadripartito, unito in se stesso."2 Per Heidegger "la terra è quella che porta e che rimane, quella che fruttifica e nutre, circondando con la sua protezione l'acqua e la roccia, la pianta e l'animale"; il cielo è "la corsa del sole, il cammino della luna, l'esplosione degli astri, le stagioni dell'anno, il sorgere e il finire del giorno, l'oscurità e il chiarore della notte, la dolcezza e i rigori dell'atmo- sfera, la fuga delle nubi e la profondità azzurrata dell'etere"; "i divini sono quelli che ci fanno segno, i messaggeri della divinità"; i mortali sono gli uomini. Solo l'uomo muore, l'animale perisce.3 Questa formulazione stupirà senza dubbio per il suo ca- rattere poetico che potrebbe lasciar credere che la scienza ne sia bandita. In realtà la scienza è assai vicina poiché quello che esprime il Quadripartito è reso dal gioco delle tre logiche: delle eco- bio- e socio-logiche.

Il Quadripartito di Heidegger richiama molti miti, come Vitruvio che pensava di poter giudicare la qualità dei luoghi urbani per mezzo di correlazioni con la salu- te fisica (lo stato del fegato per esempio), rivelando con ciò delle preoccupazioni ippocratiche che ritroviamo nel trattato Delle arie, delle acque e dei luoghi.

Per Heidegger, ad esempio, "il costruire porta infatti il Quadripartito in una co- sa, il ponte, e colloca la cosa davanti (a noi) come luogo, la colloca all'interno di

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ciò che già esiste e che adesso, proprio attraverso questo luogo, è trasformato in spazio".4

Se abbandono il terreno filosofico, almeno formalmente, per entrare il più for- malmente possibile in quello delle scienze, questo cosa vuoi dire? Significa che se

"costruire è, nella sua essenza, fare abitare", io devo introdurre nel mio progetto le eco- bio- e socio-logiche che sono all'opera in "ogni cosa" per mezzo delle loro interrelazioni, che condizionano "ogni cosa" attraverso il gioco dei flussi di energia e di informazione, che mantengono ogni cosa in una posizione di coerenza in rap- porto all'insieme. Ogni cosa è chiusa nella rete di relazioni delle tre logiche. Queste logiche costituiscono i segni di riferimento esteriori, in rapporto ai quali l'essere vivente, l'uomo, acquista la sua autonomia che può essere definita come la capacità di intrattenere relazioni aleatorie in un certo contesto. Allo stesso modo in cui c'è un'autonomia psicologica vi è un'autonomia intellettuale che concorre all'autono- mia sociale.5

Le tre logiche e i bisogni

In prima approssimazione, si potrebbe quindi porre la seguente ipotesi: la quali-tà urbana di un progetto si misura dalla sua capacità di integrare le tre logiche le cui interrelazioni sono alla base dell'autonomia, vale a dire della possibilità, per gli uomini, di intrattenere relazioni aleatorie generate dai bisogni. Queste relazioni ven- gono intrattenute con l'Umwelt, termine tedesco ripreso da Goffman che ha però una lunga storia a partire dall'Ottocento. Goffman, implicitamente, pone il pro- blema dell'autonomia quando scrive: "Il mondo che circonda immediatamente l'in- dividuo gli offre l'una o l'altra di queste due posizioni: quella nella quale egli man- tiene facilmente il controllo e quella dove è totalmente occupato a preservarsi."6 E là dove mantiene il controllo che può fare delle scelte "autonome" relativamente alle risorse del sistema. Ma non bisogna limitare l'Umwelt, come fa Goffman, a un raggio di qualche metro, neppure nel quadro dei comportamenti della vita quo- tidiana.

Soddisfare dei bisogni significa integrare le tre logiche. Ma quali sono questi bi- sogni? A. Maslow ne ha tentato una classificazione psico-clinica che, sotto molti aspetti, anche se più moderna, non è fondamentalmente diversa da quella funzio- nalista di Malinowski. In primo luogo vengono i bisogni fisiologici, che sono omeo- statici, e la cui soddisfazione mobilita le tre logiche. Queste giocano il loro ruolo nel bisogno di sicurezza, stabilità, e di liberazione dalla paura. Vengono poi i biso- gni di appartenenza, di aggregazione e di contatto, quelli dell'autostima e infine, al vertice, i bisogni estetici e contemplativi. Se c'è una gerarchia dei bisogni è quel- la per cui i bisogni di livello inferiore o di base devono essere soddisfatti o parzial- mente soddisfatti perché quelli di livello superiore possano manifestarsi.

Il risultato della soddisfazione dei bisogni si realizza nella territorialità, che può essere definita come l'insieme delle relazioni che la collettività, e di conseguenza i soggetti che le appartengono, intrattiene con l'esteriorità e l'alterità, nella pro-spettiva di raggiungere l'autonomia ottimale, tenuto conto delle risorse del siste-ma.7

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La città e le sue orìgini

Il problema che si pone è pertanto quello di poter rappresentare la città. Le rap- presentazioni della città non mancano. La storia dell'avventurosa identificazione urbana è disseminata di una moltitudine di modelli e di teorie.8 Per diverse che siano, queste interpretazioni tengono conto di uno o più dei sei elementi caratteri- stici della città: centralizzazione, concentrazione, verticalizzazione, eterogeneizza- zione, mediatizzazione e meccanizzazione. Tali caratteristiche condizionano anche le parti della città.

La scelta di un luogo, di un punto centrale, insomma la centralizzazione, è con- dizionata dalle tecniche, vale a dire dai sistemi tecnici del momento. E come dire, con le parole di Sartre, che è "dentro la storia che la necessità geografica appare".

"La storia è precisamente ciò per cui esiste una necessità geografica."9 Se si accet- ta questo punto di vista, si è portati ad ammettere che la città, dalla sua fondazio- ne, è un luogo paradossale che appartiene simultaneamente all'aleatorio e al deter- minismo. All'aleatorio da una parte, perché nell'insieme dei luoghi possibili di in- sediamento molti possono essere scelti; al determinismo, dall'altra, perché i sistemi tecnici impongono dei limiti allo sfruttamento delle potenzialità locali, almeno in una prospettiva diacronica. Ma il paradosso non si esaurisce con la fondazione del- la città o del quartiere urbano; il paradosso rimane per tutto il corso della storia urbana ed è presente in ogni città poiché impregna di sé ognuno degli altri elementi.

Per preservare la centralizzazione occorre ricorrere alla concentrazione, che co- stituisce una minaccia per il substrato ecologico e biologico ma che, nello stesso tempo, implica adattamenti sociali attraverso modelli di distribuzione che sono l'in- verso della densità.10

La verticalizzazione, mezzo privilegiato di assicurare la concentrazione, non è meno paradossale in quanto crea, secondo le epoche, una gerarchizzazione che è allo stesso tempo promessa di ordine e rischio di disordine. Conosciamo.in realtà male gli effetti della verticalizzazione se non in termini empirici.

L'eterogeneizzazione, anche se assicura il rinnovamento demografico, è nondi- meno una risorsa potenziale di discriminazione centrifuga.

La mediatizzazione, accentuata dalla natura stessa della città, fa perdere in rela- zioni immediate quello che fa guadagnare in poteri multipli. Essa oppone il reale al simbolico.

Quanto alla meccanizzazione, infine, il suo contenuto paradossale è certamente uno dei più densi di conseguenze. In effetti, essa fa entrare in conflitto, nella città, nel cuore stesso della città, il fisso e il non fisso, l'oggetto architettonico localizzato e l'oggetto "meccanico" mobile: "Ovunque nel paesaggio urbano, lo strumento ha soppiantato la vita."11 L'affermazione è perentoria e l'autore avrebbe potuto scri- vere "può soppiantare". Ma poco importa, perché di fatto il "ciclo dell'habitat"

urta contro il "ciclo della tecnica".

L'oblio del paradosso urbano è certamente ciò che di più drammatico è potuto capitare nella storia della città, perché questo oblio è una delle cause del suo degra- do, dunque della perdita di qualità urbana, perdita antica: "Infatti la nostra civiltà comincia nel momento in cui i Greci esumano la geometria dal loro campo etnolo-

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gico o la strappano alla pratica sociale distinguendo le proprietà delle forme, delle dimensioni, della loro rappresentazione... Rendendola indipendente dai luoghi e dai tempi delle società, essi facevano della geometria un potere in sé, quello di im- maginarsi, creando contemporaneamente i loro rapporti con lo spazio, e i loro rap- porti con la natura." In altre parole, i Greci non hanno inventato la geometria ma l'utopia ecologica (il non luogo della scienza del luogo!).12 La città infatti, in quanto progetto, è nello stesso tempo geometria ed ecologia, ma anche biologia e sociolo- gia. Le tre logiche, eco- bio- e socio-logiche, devono essere presenti perché la geo- metria possa giocare in pieno il suo ruolo morfologico. La sola geometria non è niente o, piuttosto, è la "pratica della zonizzazione coercitiva (che) caratterizza la maggior parte delle utopie scritte".13 Ma un'utopia può, senza danno alcuno, servirsi delle tre logiche nell'esatta misura in cui l'autore può inventarle.

L'utopia, o se si preferisce il piano, è un'astrazione fintanto che nessuna scelta è stata operata in un luogo preciso, in una massa vivente definita e nell'ambito di pratiche culturali reali. La geometria propone delle forme ma sono le logiche che, in definitiva, decidono al momento della costruzione. L'ultimo paradosso è fornito dal confronto fra lo Stato e la città. La città è una creazione di natura politica e di conseguenza lo Stato vi trova una delle forme più complete di espressione, sol- tanto che, ecco, il luogo dello Stato è "meno la geografia umana che una certa geo- metria, cioè, molto esattamente, i mezzi di cui lo Stato dispone per proiettarsi nel tempo e nello spazio. La morfologia dello Stato è sempre un'anomalia geometrica che si estende e si ripete".14 '

Un'anomalia geometrica? L'espressione è strana a prima vista ma, se vi si riflette molto attentamente, quello che l'autore ha voluto dire — può darsi senza nemme- no sospettarlo, per quanto il seguito del testo mi sembri chiaro — è che il rispetto delle tre logiche non è assicurato, che non c'è adeguamento tra gli "oggetti archi- tettonici" e gli "oggetti tecnici" nella prospettiva di abitare e di vivere la città. Ve- diamo dunque quello che Virilio dice a questo riguardo: "Lo Stato inizia fissando sul suolo la sua definizione spaziale di una nuova società che, di fatto, porta in sé la distruzione della socialità", giacché per lo Stato "il grande segreto di venire a capo di tutto consiste nell'arte di saper ben distribuire la divisione, divisione nelle città, nei villaggi, divisioni esteriori, divisioni tra inferiori e superiori, divisione della vita, divisione della morte" (Sun Tzu, citato da Virilio).15

Virilio va anche più in là e io sono pronto a seguirlo; arriva a dimostrare che i luoghi designati, ritagliati, divisi sono destinati all'entropizzazione: "Diventando lo spazio di nessuno, lo spazio umano diviene progressivamente l'espressione di nessun luogo; ci rendiamo conto allora che si tratta, attraverso il prodigioso sviluppo del- l'ortogenesi ortogonale, di una squalificazione assoluta dell'insieme geografico."16 E l'opposizione tra geometrizzazione e geograficità. Mentre la seconda è un modo d'esistenza e di destino per l'uomo, la prima è un modo di potere e di controllo.

In queste condizioni, la qualità urbana non può essere definita come un insieme di proprietà normative auspicabili per oggetti, in oggetti e attraverso oggetti mo- numentali, bensì, come ho precedentemente accennato in prima approssimazione, come la ricerca di un adeguamento paradossale tra un ambiente umano e non uma- no e le necessità di un sistema di ordinamento geometrizzabile e geometrizzato.

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La qualità urbana non risiede nelle cose stesse, nella natura delle cose, ma nelle relazioni tra le cose, nelle interrelazioni.

Vi sono dunque le difficoltà di fare incontrare, senza rotture, il fisso e il non fisso; di combinare scale spaziali diverse, grandi e piccole; infine di permettere l'in- terpretazione di elementi non contemporanei appartenenti a scale temporali diver- se. Tutto questo può sembrare molto astratto e merita una spiegazione. Spiegazio- ne che richiederà una scelta sulla rappresentazione della città. Ora quella di Odum mi sembra del tutto adatta, anche se l'autore non se lo immagina, per manifestare il paradosso urbano all'interno del quale la qualità urbana potrà essere studiata se non perfettamente colta.

La rappresentazione della città

Il modo di rappresentazione scelto da Odum è di carattere grafico ed è pertanto particolarmente sintetico: gli bastano undici segni per esprimere tutti i sistemi.17 A fronte di questo, il principale rimprovero che può essergli rivolto è il carattere riduttivo. Ne convengo, ma è forse necessario ricordare che tutti i sistemi di rap- presentazione, vale a dire tutti i modelli, sono essenzialmente riduttivi?

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Se si osserva lo schema proposto da Odum, si constata in prima istanza che il sistema è delimitato da un confine, in questo caso un rettangolo. E la materializza- zione del limite. Il limite è fondamentale in quanto è la prima manifestazione del- l'identità. Da quando si sono fondate le città, il primo atto è sempre stato quello di tracciarne i confini. È il regere fines legittimato un tempo da un rituale religioso e oggi da un atto politico.18 Il limite è una nozione materiale e morale: la "retta"

rappresenta la norma; la "regula" è lo "strumento per tracciare la retta" che fissa la regola. Ciò che è diritto è opposto, nell'ordine morale, a ciò che è storto, cur- vo.19 Il limite è dunque il primo mezzo per preservare un campo di autonomia, un campo di libertà regolata, un campo al riparo dalla crisi. La crisi è per l'appunto la scomparsa dei limiti, è confusione.20 Ma questo non è vero solamente per il ter- ritorio, ma anche per l'individuo: "Non è esagerato dire che molti schizofrenici pro- vano la stessa instabilità delle frontiere del loro io, la stessa impotenza a impedirsi di modellarsi sui desideri delle persone che li circondano e di identificarsi con loro del marziano inventato da Bradbury."21 Il marziano di Bradbury crea confusione assumendo un aspetto diverso agli occhi di ciascuno.

Questa perdita del senso dei limiti è particolarmente grave nella civiltà occiden- tale moderna, poiché "si constata che essa ha sui suoi rappresentanti questo effetto malsano di renderli estranei al loro ambiente sia naturale sia umano".22

D'altronde le popolazioni urbane, che costituiscono in molte zone la maggioran- za, non hanno più alcun contatto con la natura: "È inoltre molto raro nelle nostre società, che si abiti in città o in campagna, non solo l'aver costruito la propria casa con le proprie mani, ma anche semplicemente possedere questa casa costruita da altri e il terreno che occupa. Il più delle volte il proprietario del luogo dove noi viviamo è una banca che sta da qualche parte. Penso che il legame affettivo che ci unisce a un luogo ne risulta necessariamente alterato."23 In altre parole, non esiste più il confine né il limite tra l'Io e "Quello" che potrebbe permettere di trasforma- re il "Quello" in "Tu" (Buber).24 Come, in queste condizioni, si può accedere a una territorialità fondatrice di un'autonomia? Come, in queste condizioni, avere un legame psicologico con le "cose"? Dovrei aggiungere con le "cose urbane" per- ché la qualità urbana emerge attraverso l'autonomia, vale a dire attraverso il lega- me psicologico che si stabilisce tra loro.

Ma perché i legami esistano è necessaria una certa stabilità degli oggetti architet- tonici, una certa stabilità monumentale, detto in altre parole devono esistere le con- dizioni per la memoria: "Per limitarmi a un solo esempio, non dimenticherò mai il dolore che ho provato il giorno in cui ho compreso che la casa dove ero cresciuto, venduta qualche anno prima, era perduta per me, per sempre."25 Searles ha mo- strato molto bene il ruolo dell'ambiente non umano nella vita psichica, ma anche che su questo argomento non si trovava molto né in Freud né in altri autori.26 Gli effetti sull'individuo della perdita o della scomparsa degli oggetti architettonici non sono stati affatto studiati.

Il limite ha dunque, in ogni ecosistema umano, un'estrema importanza ed è sen- z'altro per averlo dimenticato che gli ecosistemi sono in crisi. Il limite è tanto più significativo quanto più l'ecosistema è aperto. Infatti, il limite riguarda quattro fun- zioni essenziali: la regolazione, la relazione, l'espressione e la differenziazione.27

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Nella prospettiva di Odum, si considerano tutti i sottosistemi significativi all'in- terno del sistema stesso così come vengono indicati nello schema e le relazioni con le fonti esterne attraverso flussi di energia, di materia, di uomini, di informazioni ecc. I flussi rappresentano le interrelazioni tra interno ed esterno da una parte e tra gli stessi elementi interni dall'altra. Se si prende in esame l'idea di regolazione, si noterà che è un'idea estremamente complessa anche solo osservandone lo schema in verità assai semplice: complessa perché le interrelazioni sono messe in moto da modificazioni quantitative che comportano degli aggiustamenti, i quali modificano in modo più o meno sensibile e durevole i sottosistemi.

Relazioni, reti e regolazione urbana

Si è potuto osservare, nello schema di Odum, che ogni ecosistema urbano è fon- dato sull'accoppiamento di un doppio sistema di relazioni: le relazioni interiorità- interiorità e le relazioni interiorità-esteriorità. In altre parole, la città è un sistema aperto. Questo sistema duale di relazioni interessa le tre logiche e le mobilita nelle interrelazioni osservabili nello schema. Certi elementi come il vento, l'acqua e il suolo sono riferiti all'eco-logica, mentre l'alimentazione e, più precisamente, tutto ciò che ha a che fare con il cibo, riguarda la bio-logica. La socio-logica entra in tutti gli elementi dell'interiorità e in quelli dell'esteriorità quali i mercati, le istituzioni ecc.

"Macchina per massimizzare od ottimizzare le relazioni": per essere abitabile e vivibile la città deve consentire il buon funzionamento delle relazioni di produzio- ne, di scambio e di consumo, ciò che implica sempre delle relazioni con l'esterno ma che pone anche il problema della dimensione delle città. Una cosa è certa: non esiste una dimensione ottimale in senso assoluto. Infatti, la dimensione ottimale varia, a seconda dei fattori considerati, da 200.000 a 500.000 abitanti.28 Si è mol- to tentati, quando si parla di dimensione ottimale, di parlare di dimensione-limite.

Questa idea di una dimensione-limite non è nuova, poiché come ognuno sa è il fon- damento della Repubblica di Piatone. Anche se non si tratta di un'idea recente, non per questo è meno attuale. La critica che si può rivolgere a Paul Bairoch è di non aver saputo o potuto integrare in modo significativo nella sua opera le eco-e le bio-logiche. La dimensione ottimale, della quale fa un'analisi molto precisa, è utile e interessante ma è diventata pericolosa perché ignora completamente alcu-ni aspetti dell'ambiente. La dimensione, la grandezza della città insomma, diventa significativa solo quando si mettono in relazione l'insieme degli oggetti fissi e quel- lo degli oggetti non fissi o, se si preferisce, le tecniche.

Se si considera innanzitutto la relazione di produzione, si nota che è a partire dall'Ottocento che si manifesta una discordanza tra le città ereditate dal passato e le tecnologie industriali: "È soltanto nell'Ottocento che si pone, per la prima vol- ta, il problema della tecnica nei suoi rapporti con la cultura e con la Storia."29 Spen- gler avrebbe potuto aggiungere "con la natura", sebbene essa possa essere sottinte- sa e compresa nella cultura e nella storia. Detto questo, la relazione di produzione classica ha lungamente condizionato la qualità urbana nella misura in cui l'autono-

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mia ha potuto essere limitata nella città dalla funzione industriale. Infatti, interi quartieri, perfino la città nel suo insieme, sono stati resi praticamente inabitabili dal rumore e dall'inquinamento dei quali si è preso coscienza molto tardi e cioè dopo la seconda guerra mondiale. D'altro canto, la relazione di produzione ha in certi casi potuto impadronirsi, nel senso stretto del termine, di tutta la città e im- porre un'autonomia estremamente ridotta. Si pensi alle città monoindustriali i cui nomi sono presenti a tutti. L'inadeguatezza delle morfologie antiche nei confronti dell'evoluzione delle tecniche ha creato condizioni di vita precarie e spesso ha per- sino chiamato in causa l'autonomia degli abitanti, un fenomeno che è stato provo- cato anche da eccessi di densità in ragione del fabbisogno di manodopera. L'immi- grazione ha accorpato masse di popolazione all'interno di ecosistemi urbani del tut- to impreparati a riceverle, dal punto di vista dell'alloggio in primis ma anche dal punto di vista delle infrastnitture in seconda istanza. E inteso che bisogna include- re nella relazione di produzione anche quella dei servizi, contrariamente a quanto appare dallo schema di Odum.

La relazione di scambio o di transfert è diventata fondamentale nelle città e que- sto ancor più con l'accentuarsi della terziarizzazione negli ecosistemi urbani, dove la produzione di beni è stata progressivamente sostituita da quella di servizi. La prima relazione di scambio è quella relativa alla circolazione degli individui nell'e- cosistema urbano. A seconda delle scelte tecniche i tempi quotidiani sono più o meno distorti: circolazione privata o circolazione pubblica, automobile individuale o trasporti collettivi.

La circolazione veicolare, anche nelle città di piccola dimensione, ha influenzato in maniera sensibile il paesaggio sonoro a tal punto che, in molti casi, la città è di- ventata parzialmente inabitabile. Questo corrisponde a una perdita di autonomia notevole, poiché gli individui finiscono per essere costretti a fare scelte non libere.

Molte misure sono state prese dalle autorità, quali l'ordinanza federale sui rumori in Svizzera, che obbliga le città a rivedere il loro piano regolatore in funzione di questo nuovo dato. È chiaro che la diminuzione dell'abitabilità è stata considere- vole e che si può interpretarla come una diminuzione della qualità urbana; ma, in termini più generali, si tratta di una perdita di autonomia.

In materia di transfert, la questione dei rifiuti solidi e liquidi ha posto problemi enormi, irrisolti in molti casi. Questo non riguarda solo i grandi agglomerati con più di un milione di abitanti ma anche quelli con meno di 500.000 abitanti. Cosa dire dell'inquinamento che costringe città di 200.000 abitanti a prendere misure drastiche non per migliorare ma solo per stabilizzare il livello di inquinamento e di rumore? Se da un punto di vista economico i costi sembrano più bassi per le dimensioni comprese tra 300.000 e 500.000 abitanti, la chiusura soddisfacente del cerchio ecologico" si pone a tutte le scale: dall'habitat individuale alla città nel suo complesso, passando per l'habitat collettivo e i grandi ensembles. Qui, di nuo- vo, ci si scontra con un problema di interrelazioni e di reti.

Evidentemente la relazione di consumo, vale a dire ciò che riguarda l'habitat nel senso stretto del termine, la soddisfazione cioè dei bisogni fondamentali e derivati, ne sarà influenzata. Le condizioni di vita diventano precarie: l'acqua, il cibo, l'ac- cesso ai servizi e la mobilità sono influenzati sia che vi sia aumento dei tempi obbli-

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gati che degrado degli spazi privati e pubblici. In termini generali, è la territorialità che si trasforma. Che si tratti di territorialità concreta o di territorialità simbolica, vi è perdita di significato e nello stesso tempo crescita del disordine e del sentimen- to di aggressività.30

L'ecosistema urbano in via di degrado è sempre toccato in tutte le sue relazioni, simultaneamente, in gradi diversi. Certamente possono esistere delle isole che resi- stono ma mai troppo a lungo né mai del tutto, perché anche per quelle vi è perdita di autonomia in rapporto al resto della città. Se si ammette che l'analisi relazionale è pertinente, si giunge a porsi la questione di sapere quali sono, nel campo della pianificazione e dei progetti di pianificazione, gli elementi che condizionano l'au- tonomia. Una delle risposte possibili è contenuta nell'idea di rete.31 Riguardo alle reti, la città è passata per tre grandi fasi che corrispondono a società diverse.

Vi è stato dapprima l'approccio classico detto VRD (vie e reti di distribuzione).

Queste reti sono state viste come oggetti tecnici con uno scarto rispetto al territo- rio reale. Si tratta dell'ecosistema urbano dell'inizio dell'era industriale.

Il secondo approccio è quello delle reti strutturanti proprie dell'era industriale.

In questo caso, le reti non sono viste come corpi estranei ma come elementi appor- tatori di effetti positivi e creatori di nuove opportunità, dunque, di una nuova au- tonomia. Reti di superficie e reti sotterranee di ogni genere sono le infrastrutture indispensabili alla società industriale.

Il terzo approccio, più ricco dei precedenti, considera le reti come la base stessa della pianificazione del territorio: circolazione, comunicazione, transfert, scambi, evacuazioni ecc. Si tratta allora, per raggiungere l'autonomia ottimale degli abitan- ti nella città, di collegare tutti i luoghi e tutti gli operatori che potenzialmente pos- sono desiderare di essere in relazione tra di loro. Ci troviamo in questo caso in una società reticolare o comunicazionale. Con questi diversi tipi di reti si avrà l'avven- to di una città nella quale tutti gli elementi sono interrelati tra di loro. Si può del resto decifrare lo schema di Odum come una rete di reti. La qualità urbana risiede nella qualità delle reti, essa stessa condizione dell'autonomia. Questo significa dire che in una società comunicazionale, il cui destino finale è l'interrelazione assoluta, ogni crisi in un punto qualunque dell'ecosistema si propagherà, con una maggiore o minore rapidità, a tutti gli elementi urbani.

Queste diverse reti interessano la regolazione urbana che può essere ricondotta a tre grandi momenti: la regolazione attraverso la rete eco-bio-logica, la regolazione attraverso i piani regolatori, e la regolazione attraverso i mercati.

La rete eco-bio-logica regola lo spazio-tempo naturale. È lo spazio-tempo dato nel quale si proiettano tutte le relazioni. Si può parlare di una protezione spazio- temporale che regola tutto un insieme di scambi di energia e di materie. Il mancato funzionamento di questa protezione o la sua rottura può, entro un determinato tempo, rendere la città invivibile e inabitabile. Sarebbe un errore pensare che la collettivi- tà possa, attraverso mezzi tecnici, trovare un rimedio alla rottura di questa prote- zione. Questo potrebbe avvenire solo nel breve termine. Nel lungo termine, il co- sto energetico sarebbe troppo alto.

I piani regolatori, che si riferiscono alla socio-logica, non sono altro che un cor- pus di prescrizioni o meglio un sistema di limiti che realizza una separazione fun-

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zionale. Questo tipo di regolazione attualizza lo spazio attraverso le opzioni terri- toriali della collettività, contenute in un piano, ma potenzializza il tempo attraver- so l'ipotesi, implicita, della stabilità delle pratiche.32

I mercati sono dei meccanismi di regolazione, anch'essi radicati nella socio-logica, che non tengono conto delle cose ma dei segni delle cose, vale a dire dei prezzi.

E una regolazione che realizza l'equivalente delle cose attraverso quei segnali che sono i prezzi: attraverso il mercato attualizza il tempo ma potenzializza lo spazio, che è reso dunque omogeneo dal gioco sul segno delle cose.33

Questi due sistemi sono necessari simultaneamente, perché il piano tratta il con- tenuto mentre il mercato tratta la posizione. Regolare il tempo e lo spazio della socio-logica obbliga a ricorrere a questi due ultimi meccanismi. Esistono certamen- te molti altri meccanismi di regolazione ma, in relazione al progetto urbano, quelli menzionati sono i più immediatamente significativi; nelle nostre società hanno un ruolo importante nella conservazione dell'autonomia relazionale.

I tre momenti della qualità urbana: abbozzo di una teoria

La qualità urbana — l'ho già detto ma ritengo utile ripeterlo — non risiede nelle cose ma nelle relazioni tra esse. Non intendo affermare che la loro natura non sia importante e che la qualità delle cose in se stesse non abbia significato. Voglio sola- mente sottolineare che è l'interazione continua di parti differenziate a condurre un sistema urbano all'autonomia, dunque alla qualità urbana. Farò un esempio estre- mo per rendere chiara la mia distinzione tra natura delle cose e relazioni tra esse.

Si può immaginare una bidonville dove tutte le cose, e a ragione, sono di mediocre qualità, ma dove le relazioni sono talmente soddisfacenti che si può parlare, para- dossalmente, di qualità urbana. Al contrario, si può immaginare una città dove tut- te le cose siano di ottima qualità, e dove però le relazioni siano del tutto insoddisfa- centi. Questo ci riporta al problema, ben noto a urbanisti e sociologi, della demoli- zione dei vecchi quartieri e della ricostruzione di nuovi insediamenti residenziali.

Le distruzioni di questo genere non sono soltanto di natura materiale ma anche immateriale, poiché comportano la scomparsa di un tessuto di relazioni che richie- de molto tempo per essere ricostituito, senza parlare della lacerazione dei tessuti relazionali tra individui che può generare patologie di carattere psicologico più o meno gravi. Ho avuto l'occasione di mostrarlo prima, parlando di Searles.

Il progetto urbano si radica in prima istanza in un luogo delimitato, caratterizza- to da condizioni eco-biologiche del tutto specifiche. La presa di coscienza di queste condizioni non è sempre assicurata e tuttavia è fondamentale nella misura in cui queste condizioni regolano lo spazio e il tempo futuri del progetto. La scelta del luogo è tanto più importante in quanto non è dovuta al caso ma è determinata in larga misura dalla sfera dei significati (semiosfera) della collettività e dagli strumen- ti che vi sono contenuti. La natura del luogo è mediata attraverso mediatori cultu- rali; se si osservano i luoghi urbani attraverso la storia, si constata che ogni società si è rivelata tramite ecosistemi naturali particolari: colline, meandri, rive di fiumi, valli, pianure ecc. Le città sono, il più delle volte, storicamente segnate dall'ecosi-

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stema naturale che serve loro di supporto.

I luoghi adattati ai mediatori tecnici originali si rivelano, con il tempo, sempre meno soddisfacenti via via che si abbandona un ciclo tecnico per entrare in un al- tro. I cicli tecnici passano attraverso l'innovazione, la diffusione e l'obsolescenza e questo determina un processo di territorializzazione, di deterritorializzazione e di riterritorializzazione. Dei cicli tecnici antichi permangono sempre le tracce nel- l'ecosistema urbano, fino a molto tempo dopo la loro scomparsa; di queste tracce, sia nell'ecosistema naturale sia nelle morfologie urbane, parlerò in seguito. Tali ci- cli tecnici si radicano nella socio-logica e sono caratterizzati da scale spaziali e tem- porali sensibilmente diverse da quelle che interessano le eco-bio-logiche, essendo, in ogni caso, più grandi. È necessario notare, a questo riguardo, che sono stati suf- ficienti due secoli di civiltà industriale per danneggiare gravemente le eco-bio-logiche e mettere in tal modo in pericolo le basi stesse della nostra esistenza. Perché? Per- ché i cicli tecnici attribuiscono la massima importanza all'informazione funzionale, essa stessa prodotta dalle tecniche. L'informazione funzionale è quella che permet- te di raggiungere un obiettivo: produrre, scambiare, consumare sempre di più e sempre meglio. Tuttavia questo "più" e questo "meglio" provocano delle trasformazioni (e cioè un grave degrado) che intaccano i fondamenti della qualità urbana. Quello che si guadagna in autonomia in rapporto alla socio-logica, si perde in rapporto alle eco-bio-logiche. I cicli tecnici trascurano l'informazione regolatrice, che potrebbe preservare il cerchio eco-biologico e permettere di chiuderlo. La scomparsa dell'in- formazione regolatrice è la causa del degrado dei cicli naturali. L'informazione fun- zionale è rivolta alla realizzazione di obiettivi spesso senza preoccuparsi degli effet- ti sull'ambiente, mentre l'informazione regolatrice si propone di preservarlo. Tra le eco-bio-logiche e i cicli tecnici vi è interazione e interrelazione, vi è, insomma, continuità.

Questa continuità si interrompe nel momento in cui non c'è più regolazione e per questo motivo la nostra civiltà è entrata nella sfera del rischio: incidenti tecnici come quello avvenuto a Seveso, ma anche rischi per la normale attività quotidiana

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dovuti ai rifiuti e ai miasmi. La civiltà del rischio, come è stata definita,34 mostra abbondantemente che l'informazione funzionale è stata privilegiata rispetto all'in- formazione regolatrice. Le tecniche sono a questo riguardo paradossali: generatrici di progresso e di innovazione, sono però al tempo stesso creatrici di instabilità per gli strumenti territoriali che esprimono a livello del ciclo dell'habitat, il terzo mo- mento urbano che devo affrontare.

Per proteggere i sistemi delle relazioni mediate dai cicli tecnici, la città sviluppa strumenti territoriali: maglie, nodi, reti. Variabili nella forma, questi strumenti non sono per questo meno presenti in tutti gli ecosistemi urbani e si può quindi parlare, in tale senso, di invarianti territoriali. E l'habitat nell'accezione ampia del termine:

quartieri d'abitazione, strade, piazze ecc. Sotto l'impatto delle tecniche, si assiste a scivolamenti o a sostituzioni di funzioni, a risistemazioni, a nuovi assetti che si riferiscono a una disciplina che ancora non esiste ma che si potrebbe chiamare "dia- tetica", vale a dire scienza delle collocazioni. Questi strumenti territoriali e i loro cambiamenti influenzano anche le eco-bio-logiche. Il ciclo dell'habitat è determi- nato da scale spazio-temporali medie.

Alla fine si scopre che la qualità urbana è un problema di articolazione di un ci- clo eco-biologico lungo, di un ciclo tecnico corto e di un ciclo dell'habitat medio.

Si tratta di articolare "stabile" e "instabile". E senza dubbio il più grande parados- so della città: articolare dei cicli appartenenti a scale diverse. Il collegamento di questi cicli ai momenti urbani è indispensabile per realizzare una territorialità che permette di raggiungere un'autonomia ottimale; per ottenerla è tuttavia necessario inventare una "territorialità dei raggruppamenti e delle concatenazioni".35

Abitare la città, vivere la città significa massimizzare l'autonomia e la stabilità sapendo che l'ecosistema urbano obbedisce a comportamenti paradossali in rappor- to alle differenze di scala. Questi comportamenti paradossali del tipo "double bind"

sono stati approfonditi dall'antropologia.36 Voglio dire, in questo caso, che ogni progetto urbano implica un intervento in tre cicli, anche se l'azione proiettata sem- bra interessare uno solo dei "momenti" urbani citati più sopra. Come avrebbe det- to Bateson, non vi è rottura nel processo. È forse per aver dimenticato questo che in molti casi la città è diventata difficile da abitare e difficile da vivere. Quando si interviene in un ecosistema urbano è indispensabile conoscere il modello cui si fa riferimento per sapere quello che si sta facendo. Un modello è una caricatura, non è la realtà ma una rappresentazione della realtà; tuttavia, "la nascita della cari- catura in quanto istituzione segna la conquista da parte della mente umana di un nuovo spazio di libertà; non più, certamente, ma forse non meno della nascita della scienza razionale nell'opera di Galileo".37

Perché questo bisogno di un modello o di una caricatura? Perché in definitiva è attraverso il modello che si riesce a "raffigurare" quella cosa che è la città, poiché raffigurare la città significa renderla abitabile e vivibile.

Note

1 S. Giedion, Architecture et vie collective, Denoël/Gonthier, Paris 1980, p. 45.

(15)

2 M. Heidegger, Essais et conférences, TEL Gallimard, Paris 1958, pp. 211-212.

3 Ibid., p. 212.

4 Ibid., p. 190.

5 P. Vendryès, Vers la théorie de l'homme, PUF, Paris 1973.

6 E. Goffman, La mise en scène de la vie quotidienne - 2. Les relations en public, Les Editions de Minuit, Paris 1973, pp. 235-236.

7 C. Raffestin, Punti di riferimento per una teoria della territorialità umana, in Esistere e abitare, Fran-co Angeli, Milano 1986, pp. 75-89.

8 U. Hannerz, Explorer la ville, Les Editions de Minuit, Paris 1983.

9 J.P. Sartre, Cahiers pour une morale, Gallimard, Paris 1983.

10 C. Hussy, C. Mercier, C. Raffestin, Centralità et concentration, in "Cahiers de Géographie du Québec", vol. 29, n. 76, aprile 1985, pp. 9-28.

11 P. Virilio, L'insécurité du territoire, Stock, Paris 1976, p. 56.

12 Ibid., p. 120.

13 L. Bureau, Entre l'Eden et l'Utopìe - Les fondements imaginaires de l'espace québécois, Qué- bec/Amérique, Montreal 1984, p. 22.

14 P. Virilio, op. cit., p. 167.

15 Ibid., p. 168.

16 Ibid, p. 171.

17 H.T. Odum, Systems Ecology, John Wiley & Sons, New York 1983, p. 548.

18 C. Raffestin, Eléments pour une théorie des frontières, in "Diogène", n. 134, aprile-giugno 1986, p. 3.

19 E. Benveniste, Le vocabulaire des institutions ìndo-européennes, vol. II, Les Editions de Minuit, Paris 1969, p. 14.

20 P . V i r i l i o , o p . c i t . , p . 2 0 .

21 H. Searles, L'environnement non humaìn, Gallimard, Paris 1986, pp. 224-225.

22 I b i d . , p . 3 4 9 .

23 I bid ., p . 3 50 .

24 M . B u b e r , J e e t T u , A u b i e r M o n t a i g n e , P a r i s 1 9 6 9 .

25 H. Searles, op. cit, p. 21.

26 Ibid, p. 26.

27 C. Raffestin, Eléments..., cit., pp. 18-20.

28 P. Bairoch, Taille des villes, conditions de vìe et développement économique, Editions de l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Paris 1977, pp. 260 sgg.

29 O. Spengler, L'bomme et la tecbnique, Gallimard, Paris 1959, p. 33.

30 J. Rémy, L. Voyé, Ville, ordre et vìoknce, PUF, Paris 1981, pp. 121 sgg. 31 G. Dupuy, Conferenza tenuta nel giugno 1986 all'Università di Ginevra.

32 C. Raffestin, Régulation, échelles et aménagement du territoire, in "Médecine et Hygiène", n.

1539, Genève 1983, p. 4033.

33 Ibid., p. 4034.

34 P. Lagadec, La civilisation du risque - Catastrophes technologiques et responsabìlité sociale, Seuil, Paris 1981.

35 F. Dagognet, Le nombre et le lieu, J. Vrin, Paris 1984, p. 60.

36 G. Bateson, Vers une écologie de l'esprit, voll. I e II, Seuil, Paris 1977. 37 Kris citato da Searles, op. cit., p. 167.

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