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La disciplina delle pratiche commerciali scorrette tra tutela del consumatore e tutela del mercato

La disciplina delle pratiche commerciali scorrette tra tutela del consumatore e tutela del mercato

Ebbene, il caso da cui prende le mosse la citata sentenza del Consiglio di Stato (la n. 13 del maggio 2012) riguarda in particolare, l’attività di cosiddetto teleselling, ossia di “cattura” a distanza (specialmente mediante call center) di clienti di servizi telefonici ed offerta di questi ultimi da parte degli operatori di settore. In esso l’operatore telefonico TELECOM ha denunciato l'incompetenza di Antitrust ad irrogare sanzioni a fronte del comportamento tenuto per acquisire nuova clientela e per l'offerta di servizi telefonici, con conseguente illegittimità della delibera impugnata, (con la quale veniva irrogata la sanzione pecuniaria di 215.000,00 euro). Secondo Telecom infatti competente a giudicare del caso di specie sarebbe stata per l’appunto, AGCOM in forza dei poteri, anche sanzionatori, ad essa attribuiti dalle richiamate disposizioni normative, segnatamente artt. 13, 70, 71 79 e 98 Codice comunicazioni elettroniche nonché dal relativo regolamento attuativo (delibera ). Le condotte contestate nel provvedimento impugnato si riassumono infatti in fattispecie regolate da una specifica disciplina di settore di AGCOM completa e palesemente rivolta alla tutela degli utenti nei servizi oggetto di esame. Sempre secondo l’appellante, il TAR, a fronte di una disciplina speciale e di settore come quella dettata dal Codice delle comunicazioni elettroniche, non lacunosa e che persegue i medesimi obiettivi di quella generale contenuta nel Codice del consumo avrebbe dovuto, in applicazione anche del richiamato art. 19 comma 3 Cod. cons., fare applicazione di quelle norme speciale che rimettono fra l’altro la competenza a giudicare all’Autorità di settore, AGcom appunto. Nell’impugnare il provvedimento, Telecom sottolinea inoltre come il TAR non avrebbe applicato i principi elaborati dal Consiglio di Stato (Sezione I , n. 3999/2008) in una fattispecie nella quale si faceva questione proprio del rapporto tra disciplina generale contenuta nel Codice del consumo e singola disciplina di settore 250 . In quest'ultimo precedente, infatti, il Consiglio di Stato aveva affermato che principio immanente
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Le garanzie postvendita tra regolamentazione del mercato e tutela dei consumatori nella filiera distributiva

Le garanzie postvendita tra regolamentazione del mercato e tutela dei consumatori nella filiera distributiva

del venditore finale in quanto anello debole della catena 173 , come dimostrerebbe il considerando n. 9 della direttiva che prevede la possibilità che quest’ultimo rinunci contrattualmente al diritto di agire in regresso, a differenza di quanto invece previsto in favore del consumatore, i cui diritti sono irrinunciabili. Ciononostante, lo stesso considerando n. 9 afferma in modo abbastanza perentorio che il venditore che non abbia rinunciato al proprio diritto “deve poter agire” nei confronti del soggetto al quale il difetto è imputabile e, pertanto, non è ammissibile che resti privo di tutela o che questa sia parziale o limitata. Ne consegue che l’interpretazione della norma nazionale di recepimento che disciplina il diritto di regresso (il richiamato art. 131 Cod.consumo, già art. 1519-quinquies c.c.), conformemente a quanto disposto dalla direttiva, dovrebbe sposare un’ampia concezione di catena contrattuale distributiva, in cui la nozione di produttore, in quanto responsabile nei confronti del venditore finale e, pertanto, soggetto passivo dell’azione di regresso, non sia limitata al solo soggetto che immette sul mercato il prodotto finito, ma debba ricomprendere chiunque fabbrichi un prodotto o una sua componente o produca una materia prima. In tal modo, oltre a garantire una tutela più efficace del venditore finale, che vedrebbe ampliare la sfera dei soggetti nei confronti dei quali poter agire in regresso, si eviterebbe di imputare al produttore del bene finito anche i difetti imputabili a terzi, in quanto riconducibili ad una fase antecedente all’immissione sul mercato del prodotto stesso ovvero ad una catena distributiva diversa.
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Le pratiche commerciali scorrette nella prospettiva europea

Le pratiche commerciali scorrette nella prospettiva europea

Per un’analisi approfondita delle caratteristiche del consumatore nella legislazione europea e delle sue peculiarità nella materia delle pratiche commerciali scorrette cfr. C. E. Mayr, Il parametro del consumatore, AIDA 2008, 274 ss.. La riflessione condotta dall’Autore evidenzia la duplice ratio protettiva del consumatore che si è delineata anche nel primo capitolo del presente scritto: da un lato il consumatore uti singulus, come parte di singoli rapporti contrattuali; dall’altra il consumatore quale «appartenente ad un gruppo di soggetti accomunati dal medesimo interesse economico». E tuttavia «la nozione di consumatore testé delineata, che potremmo individuare come quella propria del diritto della concorrenza, convive senza particolari problemi con quella specificamente dettata nel diritto delle obbligazioni. L’esistenza di due diverse e ben distinte accezioni di consumatore all’interno dell’ordinamento comunitario trovano riprova all’interno dello stesso Trattato di Roma, ove all’art. 81.3 vi è quella relativa agli aspetti di mercato, mentre all’art. 155 troviamo quella attinente alla tutela del consumatore in quanto soggetto bisognoso di tutela e di un riequilibrio nei rapporti contrattuali» (op. cit., 285). Ciò chiarito, con specifico riferimento alla direttiva 2005/29/CE, l’Autore parla di una «rilevante svolta nella dicotomia della nozione di consumatore dettata dall’ordinamento comunitario» poiché la disciplina in esame, per un verso «definisce il consumatore come persona fisica che agisce per fini che non rientrano nel quadro della sua attività commerciale, industriale, artigianale o professionale» limitando a questa figura l’applicazione delle disposizioni; per altro verso osserva come la tutela si arresti a una fase precedente alla stipulazione del contratto: «la direttiva regola così in sostanza i comportamenti delle imprese sul mercato e sembra così dover essere fatta rientrare tra le disposizioni di diritto comunitario … volte a regolare la concorrenza» (op. ci., 291 – 292). Conclude constatando come sia «del tutto nuovo … che le disposizioni che regolano una simile materia prevedano la definizione di consumatore dai contorni assolutamente limitati fatta sinora propria dalle norme che disciplinano i rapporti contrattuali tra questo e un’impresa». Lo stupore avvertito dall’Autore per l’inedito connubio è giustificato dall’assoluta novità della prospettiva introdotta dalla direttiva 2005/29/CE che, già nel primo capitolo, si è detta porsi a mezza via tra il diritto della concorrenza e quello dei consumatori. Tale posizione di medietà e di collegamento si riflette evidentemente anche sulla nozione di consumatore, secondo l’analisi di cui si è dato conto.
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Le pratiche commerciali scorrette e l’incidenza sul contratto

Le pratiche commerciali scorrette e l’incidenza sul contratto

attraverso l’idea di assicurare l’effettività e l’efficacia delle rispettive discipline sotto la vigilanza di un’unica autorità amministrativa è elemento comune a diversi odinamenti giuridici. Un approccio particolarmente integrato è previsto negli Stati Uniti d’America con la Federal Trade Commission. Come chiarito nel capitolo I, Parte I, par. 4, del presente lavoro, la FTC è responsabile dell’applicazione del diritto della concorrenza e della tutela del consumatore. Si tratta di una administrative agency con due mandati concorrenti. Questa ha poteri di vigilanza in materia di pratiche concorrenziali sleali e, dall’altro, di pratiche commerciali scorrette che possano ledere la sicurezza, l’informazione, la salute del consumatore. Oltre agli Stati Uniti anche il Regno Unito e l’Australia hanno riconosciuto a una singola autorità amministrativa competenze in materia di concorrenza e di tutela del consumatore. Nel Regno Unito il ruolo dell’Office of Fair Trading è stato riaffermato con l’Entreprise Act del 2002. La struttura e le funzioni di questo organismo sono state rafforzate. Oltre ai poteri in materia di concentrazioni e cartelli tra imprese sono state ampliate le competenze consumeristiche attraverso il conferimento di nuovi poteri di investigazione sul mercato e l’applicabilità della procedura così detta stop now orders (Ai sensi dell’art. 8 dell’Enterprise Act, all’OFT e ad altri organismi responsabili della tutela del consumatore è attribuito il potere di ottenere provvedimenti inibitori di determinate condotte del professionista che siano lesive di interessi e diritti dei consumatori. La procedura in esame è basata sullo “Stop now order Regulation” del 2002-2003). L’idea di attribuire competenze in materia di concorrenza e di consumo a un’unica istituzione amministrativa persegue, dunque, l’obiettivo di carattere pratico di produrre utili sinergie consentendo di guardare al mercato da un punto di vista più ampio e onnicomprensivo.
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Le pratiche commerciali aggressive nelle strategie di marketing

Le pratiche commerciali aggressive nelle strategie di marketing

assurgeva allo scopo di tutelare, contemporaneamente, professionisti e consumatori, concorrenza e contraenti deboli, in favore dei nuovi blocchi disciplinari “monofunzionali”, destinati a tutelare soltanto l’uno o l’altro profilo del mercato. Questa novità ha comportato che, al di fuori dei rapporti tra professionisti e consumatori, l’attuale disciplina prevista dal Codice del Consumo risulterebbe inapplicabile alle ulteriori tipologie di pratiche commerciali che magari interessano unicamente le relazioni commerciali tra professionisti, oppure, quantunque coinvolgessero anche i consumatori, andrebbero essenzialmente a pregiudicare interessi di natura esclusivamente concorrenziale. Essenzialmente, nelle ipotesi di pratiche commerciali lesive dei soli interessi delle imprese concorrenti ma assolutamente non lesive degli interessi economici dei consumatori, al professionista non resterebbe fare altro che ricorrere alle disposizioni del Codice civile in materia di concorrenza sleale; nel caso, invece, di pratiche commerciali scorrette che ledano gl’interessi del consumatore, il concorrente, i cui interessi potrebbero essere stati eventualmente lesi dalla stessa pratica commerciale, potrebbe sia ricorrere ai rimedi previsti dal Codice civile sia applicare gli strumenti di tutela offerti dal Codice del Consumo. 261
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La tutela del consumatore nell'impiego di apparecchiature finalizzate al trattamento dell'acqua destinata al consumo umano

La tutela del consumatore nell'impiego di apparecchiature finalizzate al trattamento dell'acqua destinata al consumo umano

È stato quindi raggiunto l’obiettivo centrale di questa tesi di dottorato, quello di fornire un sostanziale contributo per garantire un’adeguata informazione ai consumatori sulla valutazione dell’eventuale adozione di apparecchiature di trattamento di acque destinate al consumo umano, supportando le scelte sulla base di evidenze tecnico-scientifiche aggiornate. I criteri e le procedure proposte intendono potenziare ed armonizzare la qualità dei contenuti informativi e pubblicitari in adempimento agli obblighi previsti dal DM 25/2012, o dalle parti del decreto applicabili alle diverse fattispecie di trattamenti delle acque commercializzati, in particolare rispetto ai dettami del Codice del Consumo. L’applicazione dei criteri raccomandati nel documento può consentire l’elaborazione da parte degli operatori del mercato di contenuti informativi obiettivi, esaustivi e fruibili e rafforzare ed armonizzare le azioni di sorveglianza, anche per isolare eventuali pratiche commerciali scorrette nel settore.La validità e consistenza delle linee guida elaborate nell’ambito di questo dottorato ha trovato di recente un importante riscontro, essendo state utilizzate come cardine da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, per irrogare alla società Arlis Hispania S.L. una sanzione amministrativa pecuniaria di 6.000 € (seimila/00 euro) in quanto “la pratica commerciale in esame risulta scorretta ai
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Le pratiche commericiali scorrette

Le pratiche commericiali scorrette

A fianco del rimedio amministrativo – come più volte si è ribadito – la dir. 05/29 non ha indicato un rimedio civilistico esperibile essendosi limitata ad imporre ai singoli Stati membri la predisposizione di strumenti appropriati ad assicurare effettività al divieto di pratiche commerciali sleali e a comminare adeguate sanzioni (art. 13 dir.). L’art. 3, par. 2, dir. stabilisce, inoltre, che la normativa in esame «non pregiudica l’applicazione del diritto contrattuale, in particolare delle norme sulla formazione, validità ed efficacia del contratto» consentendo, quindi, al legislatore nazionale di scegliere se e come far intersecare il sistema rimediale contrattuale con la disciplina delle pratiche commerciali sleali 153 . Il considerando n. 9 della direttiva, in realtà, chiarisce che, al di là degli strumenti che il singolo legislatore statale voglia approntare, «la direttiva non pregiudica i ricorsi individuali proposti da soggetti lesi da una pratica commerciale sleale» accentuando, in questo modo, il chiaro obiettivo di lasciare la più ampia discrezionalità agli Stati membri nella scelta dei «ricorsi individuali» esperibili dai consumatori lesi. Tale discrezionalità sembra estendersi, peraltro, anche alla facoltà di scegliere di non accordare necessariamente rimedi specifici diversi o ulteriori rispetto a quelli già previsti nel diritto dei contratti di ciascun paese membro. Un siffatto amplissimo “margine di manovra” nella selezione di rimedi da fornire ai consumatori colpiti da pratiche commerciali sleali non deve, però, far ritenere possibile affidare alla sola tutela pubblicistica il compito di garantire l’effettività del divieto di pratiche commerciali scorrette poiché i piani sui quali la disciplina in esame si disloca sono almeno due: quello della tutela della concorrenza del mercato e quello della tutela del soggetto più debole, non solo in quanto individuo da proteggere, ma anche in quanto, al contempo, agente regolatore delle dinamiche economiche. La tutela pubblicistica incide, peraltro, soltanto sul primo di tali due piani e, quindi, non può rimanere l’unica forma di tutela anche perché essa non si preoccupa di rimuovere gli effetti già prodotti sui consumatori.
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Le pratiche commerciali scorrette nelle professioni intellettuali

Le pratiche commerciali scorrette nelle professioni intellettuali

stessa». E a ben vedere, viene valutata la compatibilità della direttiva 2005/29/CE, il cui termine di trasposizione, fissato al 12 dicembre 2007, non era ancora decorso ai tempi dei fatti in causa (e altresì del rinvio alla Corte nel caso belga), con disposizioni nazionali preesistenti all'entrata in vigore della stessa, e segnatamente, l'art. 54 della legge belga del 14 luglio 1991 sulle pratiche commerciali e sull’informazione e la tutela dei consumatori che è così redatto: «Ai sensi del presente articolo per operazione commerciale congiunta si intende l’acquisto, a titolo oneroso o gratuito, di prodotti, di servizi, di qualsiasi altro vantaggio, o di titoli che consentano di conseguire gli stessi, abbinato all’acquisto di altri prodotti o di altri servizi, anche se identici. A parte le deroghe qui di seguito previste, i venditori non possono offrire ai consumatori operazioni commerciali congiunte. Sono parimenti vietate le operazioni commerciali congiunte offerte ai consumatori da più venditori che agiscono con unità d’intenti». E nel caso tedesco l'art. 3 della legge tedesca contro la concorrenza sleale del 3 luglio 2004 (UWG) che richiede per l'illiceità delle pratiche concorrenziali sleali «che risultino idonee ad alterare in misura non meramente irrilevante la concorrenza a danno dei concorrenti, dei consumatori o degli altri operatori del mercato». Il successivo art.4, n.6, dispone: «in particolare agisce slealmente ai sensi dell'art. 3 colui che (…) 6. subordina la partecipazione dei consumatori ad un concorso o gioco a premi all'acquisto di una merce o di un servizio, a meno che il concorso o il gioco a premi siano per natura collegati alla merce o al servizio;(...)». Dunque, i divieti censurati sono preesistenti alle leggi di recepimento della direttiva menzionata, sulle quali - almeno formalmente - non cade il giudizio della Corte; ciononostante per i giudici europei i legislatori nazionali non provvedendo ad abrogare né a modificare tali disposizioni incompatibili con la stessa non ne hanno realizzato una corretta trasposizione.
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Il danno risarcibile tra categorie sistematiche ed esigenze di tutela

Il danno risarcibile tra categorie sistematiche ed esigenze di tutela

diversi aspetti problematici 9 : innanzi tutto il carattere sanzionatorio, estraneo alla concezione tradizionale della responsabilità civile, poi il carattere discrezionale della misura del risarcimento, infine la duplicazione del risarcimento (quello punitivo accanto a quello compensativo) ed il conseguente arricchimento del danneggiato. Il primo aspetto desta perplessità in ordine alla compatibilità dei danni punitivi con l’ordinamento costituzionale italiano. In particolare, la natura di sanzione, benché di tipo civilistico, si scontrerebbe con le riserve di legge imposte dagli artt. 23 e 25 Cost. relative, rispettivamente, all’imposizione di prestazioni personali o patrimoniali e alla comminazione di sanzioni 10 . Vi è poi la considerazione dell’incompatibilità della tutela risarcitoria con una pretesa funzione sanzionatoria. A tale riguardo la Suprema Corte 11 , argomentando la propria decisione, afferma che “Nel vigente ordinamento l’idea della punizione e della sanzione è estranea al risarcimento del danno, così come è indifferente la condotta del danneggiante. Alla responsabilità civile è assegnato il compito precipuo di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subìto la lesione, mediante il pagamento di una somma di denaro che tenda ad eliminare
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Carte della qualità dei servizi e tutela del contraente debole

Carte della qualità dei servizi e tutela del contraente debole

(…) aumentare la sua soddisfazione diventa un investimento redditizio e l’obiettivo da privilegiare per mantenere o incrementare quote di mercato. Anche la pubblica amministrazione ha bisogno, nella stessa accezione utilizzata con riferimento al settore privato, di un cliente soddisfatto? (…) non vi è molta differenza rispetto al significato che assume lo stesso concetto nel settore privato, tranne che nelle motivazioni e nelle finalità sottostanti: di ottimizzazione delle funzioni di tutela e soddisfazione di bisogni collettivi nel pubblico, delle condizioni di competitività nel privato. Anche muovendo da presupposti diversi, l’esigenza che giustifica e rende necessario lo sviluppo di indagini di customer satisfaction è quella di ascoltare e comprendere a fondo i bisogni che il cittadino-cliente esprime, porre attenzione costante al suo giudizio, sviluppare e migliorare la capacità di dialogo e di relazione”.
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Il bilanciamento tra interessi primari e comprimari nella tutela dell'ambiente

Il bilanciamento tra interessi primari e comprimari nella tutela dell'ambiente

Predieri secondo il quale il riferimento alla “paesaggio” contenuta nell'art. 9 della Costituzione dovrebbe essere interpretato come «la forma del paese, creata dall'azione cosciente e sistematica della comunità umana che vi è insediata, in modo intensivo estensivo, nella città nella campagna, che agisce sul suolo, che produce segni nella sua cultura» (v. A. P REDIERI , Significato della norma costituzionale sulla tutela del paesaggio, in Studi per il XX anniversario dell’Assemblea costituente, Firenze, 1969, vol. II, 387). Interpretata così la nozione di paesaggio può arrivare ad estendersi fino anche a ricomprendere gli aspetti più propriamente ambientale perché risulta composta contemporaneamente da un aspetto che riguarda «ogni preesistenza naturale, l'intero territorio, la flora e la fauna» e da un aspetto che ricomprende «ogni intervento umano che operi nel divenire del paesaggio qualunque possa essere l'aria in cui viene svolto» (v. A P REDIERI , Paesaggio, in Enc. Dir., XXXI, Milano, Giuffrè, 1981, 512). Per una recente indagine sull’evoluzione delle nozioni di ambiente e paesaggio e i loro reciproci rapporti di alterità (conflittualità) e sovrapposizione (coordinamento), si rinvia a L.R. P ERFETTI , Premesse alle nozioni giuridiche di ambiente e paesaggio. Cose, beni, diritti e simboli, in Riv. giur. Amb., 2009, 1, 1 ss.). La qualificazione come principio costituzionale fondamentale alla tutela del paesaggio (inteso come morfologia del territorio e ambiente nel suo aspetto visivo) è stata confermata dalla corte costituzionale con la sentenza numero 210 del 2014.
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Tutela collettiva dei consumatori ed esecuzione della sentenza inibitoria

Tutela collettiva dei consumatori ed esecuzione della sentenza inibitoria

Tuttavia, questa stessa teoria, che così decisamente esclude la tutela di condanna nei confronti di determinati diritti e, precisamente dei diritti reali, - con ciò negando che la sentenza inibitoria, in quanto non suscettibile di esecuzione forzata, sia da qualificarsi come condanna piuttosto che come mero accertamento- sembra lasciare aperto un margine, ancorché angusto, laddove afferma che l’inammissibilità di un processo di condanna nei confronti di diritti a contenuto negativo sia in massima parte determinata per il fatto che “nel diverso da quello dell’accertamento dell’illiceità, si finisce per incorrere in almeno due conseguenze aberranti. Prima di tutto, si dovrebbe affermare che un comportamento illecito non è inibito in concreto se il giudice non pronuncia l’ordine di cessarlo e di non ripeterlo. In secondo luogo, poiché in ipotesi la sentenza di mero accertamento dell’illecito non potrebbe avere valore di inibitoria, si dovrebbe concludere che il convenuto, rimasto sconfitto nel processo, non ha l’obbligo di cessare di compiere atti illeciti dello stesso tipo di quelli accertati.” E ancora: “non può dunque dubitarsi che l’inibitoria definitiva, intesa come ordine giudiziale di astenersi da un comportamento antigiuridico, abbia il medesimo contenuto normativo dell’accertamento dell’illiceità di quel comportamento”, e infine, p. 45: ”le due pronunce (inibitoria e accertamento) non possono essere distinte né sotto il profilo del contenuto, né sotto quello della forma e quindi degli effetti giuridici”. Al riguardo, occorre considerare che, sebbene la sentenza inibitoria non possa per sua natura dar vita all’esecuzione forzata, esistono, tuttavia, mezzi che la rendono indirettamente coercibile e tali mezzi sono stati legislativamente previsti fin da tempi remoti, proprio nella materia del diritto industriale (si leggano, infatti, gli artt. 66 R.D. 21 giugno 1942, n. 929, e l’art. 86 R.D. 29 giugno 1939, n. 1127). Contra, F RIGNANI A., Op. cit., p. 578, “non si può identificare l’azione inibitoria (o in cessazione) con quella di accertamento. A ciò osta il fatto che il legislatore le menziona una accanto all’altra nella medesima fattispecie, dal che se ne dovrà dedurre la cumulabilità e non l’assimilabilità” e ancora: “da un punto di vista sistematico, le due azioni hanno presupposti, natura e finalità troppo diverse per poter essere sussunte l’una nell’altra”.
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Le tecnologie dell'informazione per la tutela e la valorizzazione dei beni architettonici

Le tecnologie dell'informazione per la tutela e la valorizzazione dei beni architettonici

U.r. 5. Edilizia storica ferrarese: modelli per la valutazione sperimentale del danno e proposta metodologica di consoli- damento (prof. Ferdinando Laudiero, Università di Ferrara). U.r. 7. Strutturazione logica delle informazioni e aspetti del- la tutela. Integrazione dei cataloghi e dei vincoli dei beni cul- turali con interrogazioni georeferenziate, ipertestuali, multi- mediali (prof. Luca Marescotti, Politecnico di Milano). U.r. 10. Analisi preliminari, controlli, interventi sugli ele- menti lignei nel progetto di conservazione (prof. Paolo Zanon, Università di Trento).

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Il processo per le sanzioni civili: dalla tutela del singolo alla tutela della collettività, la deterrenza dei meccanismi sanzionatori tra private enforcement ed efficienza del processo

Il processo per le sanzioni civili: dalla tutela del singolo alla tutela della collettività, la deterrenza dei meccanismi sanzionatori tra private enforcement ed efficienza del processo

In conclusione è d’uopo segnalare l’incoerenza, per certi versi, dell’intento del legislatore: credere di risolvere il problema del sovraccarico giurisdizionale in materia penale gravando la già traboccante giurisdizione civile è una cieca illusione, che difficilmente permetterà di assicurare una maggior effettività e prevenzione al nuovo modello sanzionatorio. L’intento deflattivo potrebbe essere realizzato semplicemente a causa della maggior onerosità del processo civile, spesso deterrente per l’avvio di un contenzioso, in particolar modo per i meno abbienti. In tal modo il tentativo di attuare il precetto costituzionale del giusto processo e della sua ragionevole durata diventerebbe causa della violazione di altro primario principio costituzionale, il diritto di agire in giudizio per la tutela giurisdizionale dei diritti ex art. 24 Cost., in quanto i non abbienti che non superano la soglia necessaria per accedere al gratuito patrocinio preferiranno rinunciare a contrastare giurisdizionalmente il comportamento illecito piuttosto che affrontare i costi della giustizia, per loro inaccessibili. Diversamente sarebbe avvenuto se fosse stata mantenuta l’iniziativa del PM nell’azione penale, con evidenti riflessi discriminatori in ragione delle condizioni economiche dell’offeso.
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I prodotti finanziari complessi e la tutela dell'investitore

I prodotti finanziari complessi e la tutela dell'investitore

erano presenti anche nel sistema di tutela delineato dalla l n. 1/1991. “L’opportunità di non estendere a tutti i clienti la normativa a tutela dell’investitore risponde all’esigenza di contemperare la protezione del cliente medesimo con le ragioni di celerità e di flessibilità dei rapporti contrattuali nel peculiare settore degli investimenti mobiliari, in quanto riservare ad un cliente particolarmente esperto l’identico trattamento previsto per un cliente ordinario (…) conduce all’inutile applicazione di norme di salvaguardia, che si traducono in un rallentamento delle operazioni contrattuali e in un incremento dei costi, senza alcun concreto vantaggio per il cliente.” La Corte, rifacendosi alle conclusioni della Corte d’Appello, giudica legittimo l’intervento della Consob, quest’ultima agisce nei limiti del potere attribuitole dalla legge, “(…) delineando una disciplina che non si pone contra legem, ma si configura praeter legem, così provvedendo a colmare quegli spazi lasciati vuoti dalla legge proprio perché demandati alla normativa regolamentare”.
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Il sistema bancario italiano e la tutela del risparmiatore

Il sistema bancario italiano e la tutela del risparmiatore

Tra le finalità generali della vigilanza, assume un ruolo primario, con ciò quasi infrangendo un “tabù”, quello della libera concorrenza: l’art. 5 T.u.b. annovera, accanto a quello della stabilità complessiva e della osservanza delle disposizioni in materia creditizia, il fine dell’efficienza e della competitività del sistema finanziario. La norma compone quindi il presunto conflitto tra il perseguimento della stabilità e quello della concorrenza, quasi rendendo tali profili tra di loro complementari, ossia individuando nell’uno lo strumento di realizzazione dell’altro. Ancora, essa conferma quel passaggio da vigilanza “strutturale” a vigilanza “prudenziale” già indicato dal d.lgs. 481/1992, stabilendo esplicitamente che essa deve essere esercitata tenuto conto della “sana e prudente gestione” degli enti creditizi, la cui efficienza risulta quindi investita di un valore autonomo e non meramente subordinato a quella del sistema considerato nel suo complesso. La elevazione a principio ordinamentale della competitività, peraltro, non resta sul piano di una mera enunciazione, ma acquista effettività attraverso la despecializzazione operativa, temporale ed istituzionale che il Testo Unico ratifica: gli operatori bancari tutti sono ammessi ad esercitare, oltre alla attività bancaria, ossia quella di esercizio del credito e raccolta del risparmio, ogni altra attività finanziaria e la relativa disciplina risulta esaurita nel Testo unico medesimo 143 . E proprio alla
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140-173 Tutela giurisdizionale e prove

140-173 Tutela giurisdizionale e prove

“Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei loro diritti e interessi legittimi” (art. 24, comma 1, cost.), ma nessuno può farsi giustizia da sé . L’autotutela, intesa coma la difesa di un diritto ad opera del titolare, è ammessa soltanto in ipotesi eccezionali e tassativamente previste dalla legge (es: art. 748, comma 4, 924, 1152, 1460, 2045, ecc, c.c.).

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La tutela dei terzi nel procedimento e nel processo amministrativo

La tutela dei terzi nel procedimento e nel processo amministrativo

legge del 1889 veniva costruito come interesse ad agire, come semplice condizione dell’azione, il cui scopo non includeva affatto la tutela del ricorrente, il quale poteva avvantaggiarsi soltanto in via di fatto ed eventuale, in occasione cioè della tutela dell’interesse pubblico, o della corretta applicazione della legge. L’interesse legittimo, che nasceva proprio in questo contesto storico, quale posizione individuale inizialmente priva di autonoma consistenza giuridica, consisteva proprio nella possibilità di esercitare l’azione di annullamento al fine di ripristinare la legalità violata, quindi un’azione nell’interesse della collettività che emerge dopo l’esercizio del potere. Così nella Relazione dell’Ufficio centrale del Senato, in Atti parl. Sen. del Regno, XVI legislatura, seconda sessione 1887, Documenti, n. 6-A, 7, richiamata in B. Sordi, Interesse legittimo, cit. 712; Anche sotto questo profilo è forte la linea di continuità con l’esperienza del panpubblicismo tedesco, secondo cui il compito principale dei tribunali amministrativi non sarebbe quello di tutelare le pretese individuali, ma di controllare la conformità alla legge dell’azione statale. Cfr. G. Amato, Individuo, cit., 147; N. Di Modugno, Le lezioni di diritto amministrativo di Giuseppe Chiovenda e l’interesse legittimo come pura azione, in Dir. proc. amm., 1991, 658 ss.; O. Ranelletti, Il problema della giustizia nella pubblica amministrazione e i diritti soggettivi, in Riv. amm. 1948, 197 ss.; E. Guicciardi, Concetti tradizionali e principi ricostruttivi nella giustizia amministrativa, in Arch. dir. pubb., 1937, 56 ss.
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Lavoro su piattaforma. Categorie giuridiche e prospettive di tutela

Lavoro su piattaforma. Categorie giuridiche e prospettive di tutela

In particolare, il sistema giuridico italiano, spiccatamente basato sul diritto romano-germanico, ha trovato nelle categorie giuridiche la strada per predisporre forme di tutela e soluzione delle controversie. La giurisprudenza ha pienamente recepito tale impostazione, operando una qualificazione del rapporto di lavoro sulla base degli indici della subordinazione propri della figura socialmente tipica di lavoratore nella grande impresa industriale, quali «l’inserzione nell’organizzazione predisposta dal datore di lavoro, la sottoposizione alle sue direttive tecniche, al suo controllo e al suo potere disciplinare, la monodipendenza, la retribuzione generalmente a tempo ed indipendente dal risultato, il vincolo di luogo e di orario, la continuità della prestazione». Pertanto, la riconducibilità all’una o all’altra fattispecie si è sempre fondata sulla maggiore o minore approssimazione al modello tipico, facendo, ove necessario, appello alle qualificazioni del rapporto di lavoro correnti nella pratica sociale. In altri termini, «il baricentro delle operazioni di qualificazione è sempre stata la richiesta alla combinazione di indici rinvenibile nel rapporto da qualificare, di esprimere, in relazione alle specifiche
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Il diritto alla tutela giudiziaria effettiva : tra Corti e Carte dei diritti

Il diritto alla tutela giudiziaria effettiva : tra Corti e Carte dei diritti

288). Una siffatta limitazione è giustificata sia in base alla natura delle decisioni che il Consiglio di Sicurezza è portato ad adottare ai sensi del capitolo VII della Carta delle Na- zioni Unite sia in base allo scopo legittimo perseguito. Nelle circostanze del caso di specie, l’interesse del ricorrente a ottenere che un giudice esamini nel merito la sua causa non è sufficiente a prevalere sull’interesse generale fondamentale a che la pace e la sicurezza in- ternazionali siano mantenute a fronte di una minaccia chiaramente identificata dal Consi- glio di Sicurezza, conformemente alle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite. A que- sto proposito bisogna attribuire un’importanza significativa al fatto, lungi dal prevedere misure di applicazione di durata illimitata o indeterminata, le risoluzioni via via adottate dal Consiglio di Sicurezza hanno sempre previsto un meccanismo di riesame dell’opportunità di mantenere tali misure dopo un lasso di tempo di 12 o 18 mesi al mas- simo (punto 289). Infine, il Tribunale rileva che, in mancanza di un giudice internazionale competente a controllare la legittimità degli atti del Consiglio di Sicurezza, la costituzione di un organo quale il comitato per le sanzioni e la possibilità, prevista dai testi, di rivolger- si in qualsiasi momento per riesaminare ogni caso individuale, attraverso un meccanismo formalizzato che coinvolge sia il “governo interpellato” sia il “governo proponente” (…), rappresentano un altro ragionevole rimedio per tutela adeguatamente i diritti fondamentali del ricorrente riconosciuti dallo ius cogens (punto 290)».
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