Salute:
la migliore
possibile
Un diritto dell’uomo
per ricchi e poveri
Ciad:
Chi si arricchisce
grazie all’oro nero?
La grande gara al
terreno fertile del Sud
Sommario
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Editoriale4
Periscopio26
Dietro le quinte della DSC33
Servizio35
Nota d’autore con Cosey35
ImpressumLa Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC), l’agenzia dello sviluppo in seno al Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), è l’editrice di «Un solo mondo». La rivista non è una pubblicazione ufficiale in senso stretto; presenta, infatti, anche opinioni diverse. Gli articoli pertanto non esprimono sempre il punto di vista della DSC e delle autorità federali.
D S C
F O R U M
O R I Z Z O N T I
C U L T U R A
D O S S I E R SANITÀ
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Ricchi e poveri rimangono diversi anche da ammalatiLa salute è un diritto dell’uomo, tuttavia più di un miliardo di persone non ha accesso a un’assistenza sanitaria adeguata
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La promozione della democrazia passa anche attraverso la sanità In campo sanitario, la DSC promuove, in maniera particolare, il miglioramento dell’assistenza di base. In Kirghizistan, l’iniziativa ha avuto grande successo15
La cenerentola dei bilanci stataliIntervista a Ilona Kickbusch, esperta di politica sanitaria globale
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Cifre e fatti18
Alla mercé del petrolioLe esportazioni di petrolio fanno fluire miliardi nelle casse del Ciad. Ma quali vantaggi traggono i cittadini del Paese?
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Una giornata tipica di...Didier Douziech, direttore dell’Ufficio della cooperazione di N’Djamena
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Il sogno realizzato della perfetta armonia tra uomo e donna Achta Bougaye sul suo ruolo di donna in Ciad23
Molto più di un sorveglianteIn Tanzania, un programma di formazione e di accompagnamento per giornalisti promuove la pluralità d’opinione
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Funghi per i praiLa DSC sostiene una minoranza etnica svantaggiata che vive nell’altopiano del Laos
27
La grande corsa alla terra fertileIl terreno agricolo nei Paesi in via di sviluppo fa gola a molti, ma il cosiddetto land grabbing cela grandi sfide legate alla sicurezza alimentare
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Il tempo non aggiusterà nullaCarta bianca: La nepalese Rubeena Mahato scrive dell’inettitudine del governo, incapace anche di assicurare le forniture di fertilizzante per i campi
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Un barlume di speranza in salaEsiste un nesso fra migrazione e aiuto allo sviluppo? Questo interrogativo è attualmente oggetto di un ac-ceso dibattito in Parlamento, nei media e anche fra la popolazione. Alcune tesi, in parte diametralmente op-poste e in contraddizione fra di loro, vengono proop-poste come verità assolute. Il ventaglio è ampio e variegato: dall’aiuto allo sviluppo come panacea all’idea che la co-operazione allo sviluppo alimenti la migrazione. È giusto che il dibattito sia stato lanciato. Ma non esi-stono spiegazioni facili e soluzioni preconfezionate. Sorprende il fatto che da noi si parli poco dei cambia-menti e delle cause che spingono all’emigrazione: la povertà, ma anche il fenomeno dell’invecchiamento della nostra società. In futuro, la Svizzera dipenderà an-cora dall’immigrazione per soddisfare il proprio fabbi-sogno di forza lavoro.
Non dobbiamo dimenticare che per lo sviluppo dei Paesi poveri, la migrazione è anche un’opportunità. Le rimesse dei migranti nei loro Stati di origine sono da tre a cinque volte maggiori dell’importo complessivo del-l’aiuto pubblico allo sviluppo. I fondi vanno a beneficio dei più poveri, permettendo loro di frequentare la scuola, intraprendere una formazione professionale o accedere alle prestazioni sanitarie. In molti settori, la diaspora contribuisce allo sviluppo del Paese di origine – per esempio attraverso gli investimenti.
Non dimentichiamo, inoltre, il fine ultimo della coopera-zione allo sviluppo: essa mira in prima linea a ridurre la povertà nei Paesi interessati. Il miglioramento delle con-dizioni di vita nei Paesi di origine riduce la necessità di emigrare. La cooperazione allo sviluppo non può però impedire del tutto la migrazione: non è uno strumento di comando che permette di controllare i flussi migra-tori.
Dai Paesi in cui la Svizzera è presente con programmi e attività di cooperazione allo sviluppo ci aspettiamo la disponibilità a parlare delle sfide che interessano il set-tore della migrazione. Il Consiglio federale e il Parla-mento sono consapevoli della necessità di trovare so-luzioni globali e sostenibili e sanno che non si tratta di imporre condizioni rigide, vincolando la cooperazione allo sviluppo alla riammissione dei richiedenti l’asilo re-spinti. In qualità di piccolo Paese donatore, la Svizzera non avrebbe comunque nessuna possibilità di eserci-tare pressione a livello politico. Sospendere l’aiuto allo sviluppo significherebbe colpire i poveri, ovvero proprio quelle persone a cui vogliamo dare un futuro. Da anni, la protezione dei profughi e degli sfollati nelle regioni di crisi costituisce, accanto alla reintegrazione, un compito importante dell’aiuto umanitario svizzero. Solo un profugo su sei vive in Europa. La protezione in loco è un atto di solidarietà nei confronti dei più deboli. I profughi hanno bisogno di sicurezza, di cibo, di un tetto. Se non riescono a trovarlo sul posto o nel Paese vicino, proseguono il loro cammino, certe volte met-tendo in pericolo la propria vita. La Svizzera aumenterà il suo impegno per la protezione dei profughi in alcune regioni selezionate e consoliderà l’aiuto al ritorno.
Martin Dahinden Direttore DSC (Tradotto dal tedesco)
Migrazione e sviluppo: un fenomeno non facile
da spiegare e da risolvere
D e lg e rj a rg a l D a v a a n y a m /D S CR e in e r H a rs c h e r/ la if P ie rr e G e iz e s /R E A /l a if
Periscopio
Questi vermi che impedi-scono di imparare
(bf) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), i tre parassiti intestinali più fre-quenti – l’ascaride (Ascaris
lumbricoides), il tricocefalo
(Trichuris trichiura) e gli anchilo-stomi (come l’Ankylostoma
duo-denale) – infettano oltre un
mi-liardo di persone. Nei Paesi in via di sviluppo questi sono gli agenti patogeni più diffusi. In alcune zone, il 90 per cento dei bambini è portatore di ascaridi, il 60 per cento di tricocefali e uno su due dei pericolosi an-chilostomi. I parassiti sono par-ticolarmente diffusi nelle fami-glie a basso reddito. I vermi provocano diarrea, dolori addo-minali e uno stato di stanchezza generale. I bambini affetti pre-sentano disturbi fisici, nutrizio-nali e cognitivi. Con dei test è stato possibile stabilire che le prestazioni scolastiche degli sco-lari dipendono molto dal nu-mero di vermi di cui sono por-tatori. Da una decina d’anni, l’OMS promuove campagne capillari di lotta a questi organi-smi, ma finora sono soltanto tre i Paesi in via di sviluppo – Burkina Faso, Cambogia e Laos – ad aver raggiunto gli obiettivi minimi dell’iniziativa, ossia trat-tare una volta all’anno tre bam-bini su quattro.
www.who.int (chiave di ricerca: helminth infections)
Social network, i tamburi moderni dei nativi
(bf ) I tempi in cui i popoli indigeni esprimevano il loro volere politico con tamburi e segnali di fumo appartengono al passato. Oggi, soprattutto in America Latina, gli autoctoni sfruttano i vantaggi dei media digitali e si avvalgono di news-letter, videoconferenze, clip pro-fessionali pubblicati su YouTube o dei social network. Che si tratti di diritti umani nel Cile,
auto-Acqua dalle profondità
(gn) Sotto la savana della Namibia settentrionale, a 280 metri di profondità, sono stati scoperti oltre cinque miliardi di metri cubi d’acqua. La preziosa materia prima potrebbe attenuare la precaria situazione della regione: in questo momento l’acqua potabile per gli 800 000 abitanti della zona proviene da un lago artificiale della vicina Angola. L’utilizzo futuro dell’acqua di falda, che si è raccolta nel corso dei millenni, dovrà però essere gestita oculata-mente. Infatti, se si vuole che duri nel tempo, la preziosa fonte dovrà essere sfruttata in maniera sostenibile. La ri-serva sotto il suolo della Namibia non è un caso isolato. Nella primavera del 2012, alcuni ricercatori inglesi hanno pubblicato una mappa dei presunti giacimenti d’acqua africani: le immense scorte idriche nel sottosuolo del continente, dove oltre 300 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile e appena il 5 per cento dei campi è irrigato, potrebbero in futuro mitigare le conse-guenze dei mutamenti climatici, scrivono i ricercatori anglosassoni, evidenziando tuttavia le difficoltà di uno sfruttamento sostenibile.
www.bgs.ac.uk/GWResilience
Più guadagno, più democrazia
(bf ) Maggiore è il reddito pro capite dei cittadini, migliori sono le strutture democratiche del Paese. Questa correlazione è avvalorata da uno studio realiz-zato da un team di ricercatori dell’Università tedesca di Bayreuth. Gli economisti hanno confrontato i dati di 150 Paesi di tutti i continenti – dalle na-zioni industrializzate benestanti ai Paesi poveri in via di sviluppo – analizzando l’evoluzione dal 1950 a oggi. Ora è scientifica-mente provato: i buoni redditi favoriscono la democrazia, quelli bassi la ostacolano. Dal
loro studio, gli autori traggono anche conclusioni per evolu-zioni future, in particolare per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo ed emergenti. «Sarà molto interessante osservare se col tempo la Cina riuscirà a difendere il suo autoritario si-stema monopartitico», si chiede Benedikt Heid, uno dei coau-tori dello studio. «Infatti, se i nostri calcoli sono esatti, a lungo termine la Cina potrebbe evolvere verso un sistema poli-tico più democrapoli-tico, ammesso che lo standard di vita della po-polazione continui a crescere».
www.uni-bayreuth.de (chiave di ricerca: Income and Democracy)
Frenare il saccheggio del patrimonio ittico africano
( jls) I Paesi dell’Africa occiden-tale sono preoccupati per la di-struzione delle loro risorse itti-che perpetrata dalle imbarca-zioni europee e asiatiche. In Senegal, dove quasi tutte le spe-cie sono vittime della pesca in-tensiva, lo scorso mese di aprile il governo ha sospeso 29 auto-rizzazioni concesse a pesche-recci stranieri. Dopo aspre trat-tative, lo scorso mese di luglio la Mauritania ha rinnovato l’ac-cordo di pesca con l’Unione europea (UE), che autorizza a prelevare 300 000 tonnellate di pesce all’anno dalle sue acque territoriali, chiedendo però che le catture siano scaricate nel porto di Nouadhibou, così da facilitare i controlli. Nel mese di febbraio, anche la Guinea-Bissau ha stipulato un nuovo accordo con l’UE. Le imbarcazioni eu-ropee possono pescare pesci, polpi e gamberetti; in cambio l’UE versa 9,2 milioni di euro all’anno (contro i 7,5 milioni della precedente convenzione). La Guinea-Bissau auspicava una compensazione maggiore, ma gli europei hanno fatto osser-vare che il Paese non è in grado di sorvegliare le proprie acque territoriali, dove un numero crescente di imbarcazioni asiati-che pesca illegalmente.
K a s p e r R o d il
strade attraverso i parchi nazio-nali della Bolivia o delle contro-verse trivellazioni alla ricerca di petrolio in Ecuador, i nativi si servono delle nuove tecnologie per creare rete e dare voce alla loro protesta. In questa lotta, sono sostenuti a volte da agen-zie di PR internazionali che, aiutando gli indigeni, sperano anche di migliorare l’immagine della loro azienda. Le proteste dei popoli nativi suscitano l’in-teresse dell’opinione pubblica e così organizzazioni non go-vernative come «Survival International», cavalcando l’in-dignazione generale, si ralle-grano del numero di copie dei loro comunicati stampa, cifre che altri si possono solo lonta-namente sognare.
Tablet per le tradizioni
(gn) Un tempo gli anziani dei villaggi del deserto del Kalahari, in Namibia, tramandavano i segreti della cultura herere illu-strando i racconti orali con disegni realizzati nella sabbia. Oggi, le loro dita sfiorano schermi tattili. Infatti, mentre i giovani sono lontani per seguire una formazione o cercare la-voro, i loro genitori affidano le conoscenze tradizionali a un tablet. In questo modo, rientrati al villaggio dopo qualche anno per riprendere la vita da semi-nomadi, i giovani possono recu-perare le lezioni perdute. Nell’ambito di un progetto in-ternazionale per studenti, alcuni ricercatori dell’Università da-nese di Aalborg e del
Polite-cnico della Namibia hanno sluppato un’applicazione con vi-sualizzazione 3D del villaggio di Erindiroukambe. In collabo-razione con gli anziani, hanno realizzato un’applicazione che
imita il modo in cui si traccia-vano i disegni sulla sabbia. Il programma raccoglie video e schizzi con cui si racconta la vita nel villaggio, come un fil-mato sulla macellazione delle capre, un documento sull’im-portanza di differenti varietà di piante medicinali o sulle strate-gie per orientarsi nel deserto. «La razza umana sarebbe più povera se perdessimo questo tipo di sapere», spiega Kasper Rodil dell’Università di Aalborg.
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Ricchi e poveri rimangono
diversi anche da ammalati
Oltre un miliardo di persone non ha accesso a un’assistenza
sanitaria adeguata. Le cause sono molteplici: nei Paesi in via
di sviluppo mancano spesso le infrastrutture e il divario tra
me-dicina all’avanguardia a prezzi esorbitanti e le possibilità
eco-nomiche dei più poveri aumenta sempre di più. È necessario
quindi ripensare questo modello, affinché la salute sia un
di-ritto per tutti. Di Gabriela Neuhaus.
d e P a b lo /Z u ri ta /l a if
Ci siamo abituati ormai da tempo a misurare il li-vello di sviluppo di un Paese in funzione degli in-dicatori della salute della sua popolazione. Calco-liamo la speranza di vita media, rileviamo i tassi di natalità e di mortalità, contiamo le infezioni da ma-laria e le vittime della fame e dell’AIDS. Le stati-stiche, ad esempio quelle che si riferiscono al nu-mero di ammalati di demenza, suicidi e burnout, ci permettono di risalire allo stato di salute di una società. Al contempo ci indicano le sue risorse, per-ché la salute e il benessere sono requisiti fonda-mentali per lo sviluppo degli uomini e delle co-munità.
Le correlazioni fra salute, benessere e condizioni di vita delle persone sono comprovate, tuttavia molto spesso la promozione della salute non è prioritaria nelle decisioni di carattere
politico-sa-nitario. Così, oltre un miliardo di persone non ha ancora accesso a un’assistenza sanitaria professio-nalizzata, benché l’Organizzazione mondiale del-la sanità OMS abbia formudel-lato, già sessant’anni fa nella sua costituzione, l’obiettivo di «portare tutti i popoli al più alto grado possibile di sanità». L’as-sistenza sanitaria è quasi inesistente soprattutto nei Paesi poveri del Sud; in molti villaggi e in molte regioni mancano le strutture adeguate e la popo-lazione non si può permettere gli alti costi di tra-sporto per recarsi all’ospedale più vicino. Ma anche nei Paesi emergenti e in quelli indu-strializzati, l’assistenza sanitaria non è scontata. Negli USA, per esempio, chi è povero spesso non è in grado di pagarsi una visita medica. La legge sulla sanità voluta dal presidente Obama, che pre-vede un’assicurazione malattia di base per tutti, è ancora molto controversa. Vista l’esplosione dei co-sti della salute, tuttavia, anche in altri Stati occi-dentali corriamo sempre più il rischio di una «me-dicina a due velocità». Le crisi economiche nel Sud dell’Europa dimostrano inoltre che basta poco per deteriorare lo stato di salute di una società.
Progressi nella medicina
Nel settore sanitario, nonostante la difficile situa-zione economica mondiale, ci sono stati numero-si progresnumero-si – in alcuni campi con innovazioni clamorose e rivoluzionarie. Con le campagne di vaccinazione lanciate dall’OMS, è stato possibile, per esempio, eradicare nel 1980 il vaiolo. La dif-fusione di altre malattie, quali la poliomielite o la tubercolosi, è diminuita notevolmente. Importan-ti successi sono staImportan-ti messi a segno anche nella lot-ta e nella cura di HIV/AIDS. La pietra miliare è stata posata quando è stata data la possibilità alle persone povere di acquistare farmaci a prezzi accessibili.
Salvare vite umane è un dovere per l’aiuto uma-nitario, che negli ultimi anni si è sempre più pro-fessionalizzato. Oggi, in caso di catastrofe, le équi-pe di séqui-pecialisti sono sul posto in poche ore, se necessario munite di infrastrutture ospedaliere complete e di laboratori per il trattamento delle acque. Grazie a questi interventi, ad Haiti, dopo il sisma, è stato possibile salvare molte vite e porta-re aiuto e cuporta-re ai feriti.
Un contributo importante per il miglioramento dell’approvvigionamento sanitario nei Paesi in via di sviluppo è fornito dalle organizzazioni non go-vernative e dalle fondazioni: prestare servizio nel settore della sanità è una delle attività di
volonta-Le campagne di vaccinazione a livello globale sono consi-derate uno dei principali successi nel settore sanitario, an-che in Madagascar.
Diritto alla salute «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita suffi-ciente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con par-ticolare riguardo all’alimen-tazione, al vestiario, all’abi-tazione, alle cure mediche e ai servizi sociali neces-sari, ed ha diritto alla sicu-rezza in caso di disoccu-pazione, malattia, invali-dità, vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di per-dita dei mezzi di sussisten-za per circostanze indipen-denti dalla sua volontà».
Dalla Dichiarazione Uni-versale dei Diritti dell’Uomo 1948 (articolo 25)
Condizioni per la pace nel mondo
«La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste solo nell’assenza di malattie o infermità. Il possesso del migliore stato di salute possibile costituisce un diritto fon-damentale di ogni essere umano, senza distinzione di razza, di religione, d’opi-nioni politiche, di condi-zione economica o sociale. La salute di tutti i popoli è una condizione fondamen-tale della pace del mondo e della sicurezza e dipende dalla più stretta coopera-zione possibile tra i singoli e tra gli Stati».
Dalla Costituzione dell’Organizzazione mon-diale della sanità OMS
Se necessario, l’aiuto umanitario è in grado di mettere in piedi un ospedale da campo in poche ore, come in occasione del terremoto ad Haiti nel 2010.
riato più gettonate, perché permette di aiutare in maniera immediata e diretta le persone colpite. I successi sono visibili e misurabili in poco tempo in quei progetti medici che perseguono un obiet-tivo chiaro e circoscritto, per esempio la riduzio-ne della mortalità infantile o la lotta contro la ma-laria.
Ma vi è anche l’altra faccia della medaglia: la for-te focalizzazione su singoli aspetti ha fatto perde-re la visione d’insieme della situazione. Così, si combattono le malattie, si guariscono le persone, dimenticando però le condizioni di vita in cui vi-vono, causa principale del loro precario stato di sa-lute.
Condizioni quadro decisive
Eppure, proprio in Europa, il nesso tra salute e con-dizione di vita è noto da tempo. All’inizio dell’in-dustrializzazione, i padroni delle fabbriche inve-stivano in igiene e alimentazione per migliorare la salute dei lavoratori e dunque la produttività del-le aziende. Anche lo Stato ha seguito tadel-le model-lo, impegnandosi sempre di più per la salute della popolazione.
L’installazione di sistemi di depurazione delle ac-que e di smaltimento dei rifiuti, oppure le misu-re sul piano sociale, come il divieto del lavoro mi-norile, o la creazione del sistema di formazione sono solo alcuni esempi. Per buona parte del No-vecento, la promozione della salute era vista come un compito della società, che serviva per
prepara-re il terprepara-reno allo sviluppo e al progprepara-resso generale. Nuove scoperte, basate sulla ricerca nel campo del-le scienze naturali, quali i vaccini, l’individuazio-ne e la prevenziol’individuazio-ne della diffusiol’individuazio-ne di malattie o la possibilità di terapie medicamentose contro la depressione, hanno fatto rientrare la salute sempre più nel campo delle scienze naturali. L’evoluzio-ne della medicina hi-tech e dell’industria farma-ceutica ha fatto lievitare i costi della sanità. I re-centi sviluppi nell’ambito della medicina perso-nalizzata sembrano destinati a rafforzare ulterior-mente questa tendenza.
Stretta connessione fra status sociale e salute
Le tecnologie mediche più sofisticate non cam-biano tuttavia nulla alla constatazione che una vita sana è possibile solo in un contesto salubre. Già nel 1978, nel documento finale della Conferenza di Alma-Ata sulla promozione primaria della sa-lute si richiama l’attenzione sul fatto che «l’ac-quisizione del più alto grado di salute presuppo-ne la partecipaziopresuppo-ne di molti altri comparti socio-economici, oltre quello sanitario». Otto anni più tardi, la Carta di Ottawa, adottata dai Paesi mem-bri dell’OMS, esige un cambiamento radicale del-la strategia seguita fino a quel momento: abban-donare la prevenzione unilaterale della malattia e avvicinarsi ad una maggiore promozione della sa-lute.
Quanto siano importanti le condizioni quadro
Un mondo in cui la salute è in rete L’Organizzazione mondiale della sanità OMS è stata fondata nel 1948 quale or-ganizzazione speciale delle Nazioni Unite. Ha sede a Ginevra, dove ogni anno si incontrano i rappresentanti dei 194 Paesi membri per consultarsi e decidere sulle attività finanziarie e opera-tive. L’OMS si occupa, tra l’altro, del coordinamento globale delle strategie na-zionali e internana-zionali nella lotta contro le malattie tra-smissibili – per esempio, AIDS, malaria, influenza – la definizione di standard di terapia e di prevenzione, il lancio e l’organizzazione di misure di profilassi – come i programmi di vaccina-zione – e di campagne di sensibilizzazione su tabagi-smo e obesità. Inoltre, l’OMS pubblica regolar-mente dati e analisi di te-matiche legate alla salute.
www.who.org C S A /D S C
F e rn a n d o M o le re s /l a if P a u l H a h n /l a if
sociali ed economiche per la salute di ogni indi-viduo è stato dimostrato dalle inchieste condotte da due specialisti di scienze della salute, Richard Wilkinson e Michael Marmot: con la loro anali-si, pubblicata nel 2003, hanno dimostrato che il ri-schio di malattia e di morte precoce per la popo-lazione dei ceti sociali più bassi è doppio rispetto a quelli più alti della società. Questo nesso diret-to fra salute e status sociale attraversa tutte le clas-si della popolazione: chi sta meglio a livello socia-le ed economico ha anche socia-le carte migliori per sal-vaguardare la propria salute.
Nuovi rischi – nuove opportunità
Le disparità fra ricchi e poveri si rispecchiano nel-lo status sociale delle persone. Questo vale sia al-l’interno di una società, sia a livello globale. Ecco perché oggi si esige sempre più un’equiparazione
Salute globale Diabete, cancro e malattie cardiovascolari e delle vie respiratorie sono le grosse sfide che interessano in questo momento i sistemi sanitari di tutto il mondo. Nei Paesi in via di sviluppo queste malattie non tra-smissibili
(Noncommunica-ble Diseases NCD) si
ag-giungono ai «problemi di salute classici», causati dalla fame, dalla penuria di acqua potabile e dalla carenza di igiene, nonché dalle malattie infettive. Esse comportano in pra-tica «un doppio onere» per i sistemi sanitari, già in diffi-coltà nel rispondere ai bi-sogni primari. Per questo motivo, la lotta contro le NCD, patologie provocate spesso da un regime ali-mentare errato e da abitu-dini di vita malsane, è prio-ritaria per l’OMS. Anche il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio, quali il migliora-mento delle possibilità di sopravvivenza di madri e bambini, l’eradicazione della poliomielite, è fonda-mentale per l’OMS.
(equity) nel settore sanitario e una maggiore con-siderazione delle esigenze dei Paesi poveri. Un ruolo decisivo è assunto dai paesi emergenti, qua-li l’India o la Thailandia, che non accettano più il dominio occidentale sul mercato della salute. Lot-tano, ad esempio, contro la prassi dei brevetti le-gali seguita dai gruppi farmaceutici, che non solo rendono più cari i medicinali e dunque accresco-no i costi della salute, ma ostacolaaccresco-no anche la crea-zione di industrie farmaceutiche competitive nei Paesi interessati.
Nella collaborazione sud-sud, Paesi come il Bra-sile vogliono promuovere il proprio modello col-laudato di assistenza sanitaria primaria e non quel-lo che privilegia interventi medico-ospedalieri. Nel tentativo di migliorare il benessere della pro-pria popolazione, Paesi quali il Bhutan, l’Ecuador o la Bolivia hanno deciso di prendere di petto il problema, iscrivendo addirittura nella costituzio-ne l’obiettivo di raggiungere una «buona vita».
Comprensione olistica della salute
Cambiamenti tanto importanti per tutelare la sa-lute a livello globale producono effetti tangibili. L’attuale processo di riforma in seno all’OMS, ini-ziato nel 2010, potrebbe portare a una compren-sione più olistica della salute, in sintonia con la pro-posta del programma per la salute dell’UE «Salu-te per la crescita» o con gli sforzi di agenzie per lo sviluppo come la DSC.
Le sfide attuali richiedono misure che esulino sempre più dall’ambito della fornitura di
presta-La disponibilità di medicamenti è notevolmente migliorata nei Paesi in via di sviluppo e in quelli emergenti (sopra, in Mozambico, sotto, in India).
H e ik o M e y e r/ la if
Paesi emergenti, come il Brasile, hanno sviluppato un loro modello di assistenza sanitaria che promuove la collaborazione sud-sud.
zioni mediche. Pensiamo alle disparità sociali, alle condizioni di lavoro nocive alla salute, all’inqui-namento dell’aria o alle radiazioni provenienti dalle più svariate fonti, nonché al cambiamento cli-matico, che causa fra l’altro penuria di acqua, de-sertificazione e riduzione dello strato dell’ozono. A livello mondiale, la diffusione delle malattie non trasmissibili, quali il cancro, le malattie cardiova-scolari o il diabete, esigono inoltre nuove strate-gie a livello di profilassi e finanziamento.
Priorità alla salute
Non è facile trovare un consenso su quale sia la giusta strategia per migliorare lo stato di salute e il benessere della popolazione, anche perché la po-sta in gioco è alta e tocca interessi enormi, per esempio quelli dell’industria farmaceutica, ali-mentare e del tabacco.
Non è nemmeno facile trovare una risposta al-l’interrogativo sulla responsabilità di ogni singolo per la sua salute e se quest’ultima va considerata un bene pubblico collettivo. Con l’adozione del-la convenzione sul tabacco, nel 2004 l’OMS ha lanciato un messaggio importante con cui inten-de combattere a livello globale il fumo, consiinten-de- conside-rato un pericolo per la salute pubblica. Nella lot-ta contro l’obesità e di conseguenza contro le ma-lattie croniche correlate, quali il diabete, New York con l’imposizione sulle bibite ricche di zucchero,
e la Danimarca, che nel 2009 è stato il primo Pae-se al mondo a introdurre una tassa sui grassi, per-corrono nuove vie. In futuro, queste trattenute potrebbero essere impiegate in modo mirato per ridurre, per esempio, il prezzo dei prodotti sani, rendendoli accessibili anche ai ceti a basso reddi-to. Si potrebbe migliorare così lo stato di salute del-la popodel-lazione, riducendo i costi nel settore sani-tario.
Altre misure di prevenzione che andrebbero con-siderate nella definizione di strategie coerenti a tu-tela della salute globale sono, ad esempio, il divie-to d’utilizzo di agenti chimici particolarmente nocivi alla salute, nonché l’abbandono del nu-cleare. Quando si giustificano interventi e misure di prevenzione da parte degli Stati o delle orga-nizzazioni internazionali per salvaguardare la sa-lute della popolazione? La risposta non è dettata soltanto dal buonsenso; è molto spesso una deci-sione politica e di potere.■
(Tradotto dal tedesco)
Interessi contraddittori Dal 2006, la Svizzera se-gue una politica estera propria in materia di salute, con cui definisce 20 obiet-tivi, che spaziano dal ruolo della Svizzera in seno all’OMS alla salvaguardia degli interessi dell’industria farmaceutica fino all’im-pegno svizzero nell’aiuto umanitario. Nel campo della salute, la Svizzera ha un ruolo importante, sia grazie all’industria farma-ceutica e alla ricerca, sia perché sede di importanti organizzazioni internazio-nali come l’OMS o il movi-mento della Croce rossa internazionale e della Mezzaluna rossa interna-zionale. Inoltre, accanto alla DSC e alle istituzioni che operano per suo conto, molte ONG elveti-che, riconosciute a livello internazionale, si adope-rano nel settore della pro-mozione della salute nei Paesi in via di sviluppo e in transizione. Le loro attività, che rispondono ai bisogni dei più poveri, si trovano in contrapposizione rispetto agli interessi economici dell’industria farmaceutica.
www.bag.admin.ch (chiave di ricerca: temi, affari inter-nazionali, politica estera in materia di salute)
La promozione della democrazia
passa anche attraverso la sanità
La salute è una condizione importante per lo sviluppo. Forte di
questa convinzione, la DSC focalizza i suoi sforzi sul
potenzia-mento dell’assistenza sanitaria di base. I suoi programmi, se
superano le difficoltà iniziali, possono andare ben al di là delle
attese e produrre effetti anche in altri settori, non solo in
quel-lo sanitario. Il successo dei comitati quel-locali per la salute creati
in Kirghizistan ne è un esempio.
In Kirghizistan, due collaboratrici di un comitato della salute controllano la pressione arteriosa di un contadino.
(gn) Migliaia di cittadine e cittadini, siano essi maestri, falegnami o casalinghe, si dedicano al vo-lontariato per migliorare la salute e il benessere del-la popodel-lazione nei loro vildel-laggi. I membri dei co-mitati locali per la salute svolgono un ruolo deter-minante per la promozione della salute e del benessere nelle zone rurali: verificano i bisogni, si recano nelle case, organizzano incontri
informati-vi, promuovono la coltivazione di orti o lanciano campagne contro l’alcolismo.
A dieci anni di distanza dalla costituzione del pri-mo comitato per la salute nell’ambito dell’inizia-tiva Community Health for Action Projekts CAH, le organizzazioni di volontariato hanno fornito un importante contributo a favore della promozione della salute nelle campagne, per esempio con i
ser-C A H ( M in is te ry o f H e a lt h o f th e K y rg y z R e p u b lic , D S C , S id a , L E D )
vizi di controllo della pressione arteriosa proposti alla popolazione a intervalli regolari o con gli in-terventi di risanamento delle vetuste condotte idri-che. Fra i maggiori successi vi è la campagna di di-stribuzione alle botteghe dei villaggi di kit di ana-lisi del sale, iniziativa che ha suscitato interesse a livello internazionale. Da quando questo semplice metodo permette ai commercianti e ai clienti di verificare rapidamente e senza difficoltà se il sale rispetta le indicazioni sulle confezioni, in Kirghi-zistan il cloruro di sodio senza iodio non si vende quasi più. Questo espediente ha permesso di ri-durre notevolmente il numero di persone amma-late di gozzo, patologia molto diffusa negli anni Novanta, precisa Tobias Schüth, che ha sviluppato e realizzato il progetto CAH su mandato della Cro-ce rossa svizzera CRS. Tuttavia, il maggior sucCro-ces- succes-so è stato raggiunto con il cambiamento d’atteg-giamento delle persone: «Hanno capito che la re-sponsabilità per il loro benessere non è compito del Ministero della salute, ma è loro».
Investire nell’infrastruttura
La realizzazione dell’assistenza sanitaria di base era prevista sin dall’inizio nei programmi di riforma del sistema. Il governo ha dato però la priorità assolu-ta al risanamento degli ospedali. La DSC, che dal 1999 promuove la riforma ospedaliera in Oblast Narin, nel primo anno si è concentrata soprattutto sulle ristrutturazioni e sul risanamento degli
ospe-dali per ridurre i costi d’esercizio in Kirghisistan. Tuttavia la CRS, incaricata della sua attuazione, ha subito fatto pressione per favorire la promozione della salute anche nei villaggi. Una richiesta che in un primo momento è stata accolta con scetticismo dal Ministero della sanità. Solo dopo le rassicura-zioni della DSC e la promessa che i lavori di risa-namento negli ospedali sarebbero stati portati avan-ti senza modifiche, Tobias Schüth e il suo team han-no ottenuto il permesso di lavorare nei villaggi. Rispettando gli accordi presi con il governo, la DSC ha saputo guadagnarsi la fiducia dei partner kirghisi, spianando la strada al nuovo progetto, spie-ga Schüth.
I bisogni come filo conduttore
Impegnandosi nelle zone di campagna, la DSC ha avuto il coraggio di percorrere nuove strade. Par-tendo dalla convinzione che la salute può essere mi-gliorata solo in collaborazione con la stessa popo-lazione, gli abitanti dei villaggi sono stati invitati a parlare dei loro bisogni ai medici locali e al perso-nale sanitario. «I dottori e le infermiere vivono nei paesi – ma è stata la prima volta che sono usciti a parlare con la gente, a far loro domande, invece di predicare su come ci si deve comportare», dice To-bias Schüth. Questi incontri, svolti in una cornice completamente diversa dal solito, sono importan-ti anche in visione dei progetimportan-ti futuri. Dopo i col-loqui, la gente ha ringraziato i medici perché li
ave-Nelle regioni rurali del Kirghizistan, la popolazione si occupa autonomamente di alcuni aspetti sanitari – la prevenzione contro la febbre di Malta (in alto), il controllo del contenuto di iodio nel sale (in basso a sinistra) o la definizione delle prio-rità in ambito sanitario (in basso a destra).
Trasformazione in Kirghizistan
Fino ai primi anni Novanta, in Kirghizistan c’era un si-stema medico-sanitario funzionante, gratuito e accessibile a tutti. Dopo il crollo dell’Unione sovietica sono venuti a mancare i mezzi per mantenere in piedi questo sistema. Al contempo, lo stato di sa-lute della popolazione si è deteriorato – una conse-guenza della crescente po-vertà e del fatto che nume-rose strutture nel settore dell’approvvigionamento idrico o dello smaltimento dei rifiuti erano in uno stato fatiscente. Nonostante la mancanza di risorse, il go-verno si è impegnato per la costituzione di un nuovo sistema sanitario. Nel 1996, con il sostegno di OMS, Banca mondiale e USAID, ha avviato un mo-dello di medici di famiglia, ancora oggi funzionante e ben collaudato. La riforma sembra essere sulla buona strada, tuttavia nelle re-gioni rurali si soffre ancora per la penuria acuta di personale medico. Infatti, molti dottori emigrano all’estero, dove guada-gnano molto di più.
C A H ( M in is te ry o f H e a lt h o f th e K y rg y z R e p u b lic , D S C , S id a , L E D ) (5 )
vano ascoltati. Il personale medico-sanitario era invece sorpreso dal vasto bagaglio di informazioni della popolazione.
La condizione sine qua non per il successo di un’i-niziativa del genere, ribadisce Tobias Schüth, è il comportamento rispettoso dei medici, del perso-nale curante e dei collaboratori dei progetti nei confronti degli abitanti dei villaggi: «Li abbiamo istruiti nel corso di una formazione specifica, met-tendo l’accento soprattutto sul comportamento non dominante. Spesso, una collaborazione non funziona proprio perché nessuno ha voluto inve-stire in riflessioni di questo tipo. Eppure sono al-trettanto importanti delle conoscenze sull’anemia o sulla tensione arteriosa».
Aperti e flessibili
Gli incontri nei villaggi da un lato hanno favorito la costituzione dei comitati per la salute e dall’al-tro hanno permesso ai responsabili dei progetti di ricevere informazioni di prima mano sui proble-mi più urgenti della popolazione rurale. Assieme a tutti gli interessati è stata così lanciata un’ampia gamma di iniziative e progetti, grazie anche al fat-to che la DSC ha rinunciafat-to a condizioni di bi-lancio troppo restrittive, dando ampie libertà al gruppo di progetto. «Abbiamo detto che voleva-mo sviluppare un voleva-modello per la provoleva-mozione del-la salute nelle zone rurali. Per farlo avevamo biso-gno di soldi per incontri e formazione – non
sa-pevamo nient’altro», ricorda Tobias Schüth. La fles-sibilità del donatore ci ha permesso di elaborare un modello fatto su misura per la realtà kirghisa. Le attività sviluppate si basano su un’interpreta-zione più ampia della promoun’interpreta-zione della salute. Come negli ospedali, così anche nei villaggi si è investito parecchio nelle infrastrutture: sono stati ri-strutturati i centri della salute e le strutture balneari risalenti ancora all’epoca sovietica e sono state ri-parate le condotte dell’acqua. «Non si può predi-care alla gente di bere acqua pulita se le tubature sono fatiscenti. Ecco perché abbiamo investito nel risanamento degli acquedotti», spiega Tobias Schüth.
Dal progetto pilota al programma
In occasione degli incontri nei villaggi è risultato che l’anemia è uno dei problemi più urgenti. Per questo motivo nell’ambito di uno studio, il progetto CAH ha esaminato l’efficacia di Sprinkles, una pol-vere contenente ferro e zinco, vitamine e acido fo-lico che viene aggiunta ai biberon dei lattanti. Nel-le zone in cui si sono svolti i test, il tasso d’anemia si è così ridotto del 40 per cento. Incoraggiato da questo successo, nel 2011 il Kirghizistan ha lancia-to, come primo Paese al mondo, un programma
Sprinkles a livello nazionale.
Ma anche il progetto CAH ha avuto successo. In-fatti, lo scetticismo iniziale del Ministero della sa-nità è scomparso quasi subito. Dopo i primi
quin-Un comitato della salute discute come affrontare i problemi sanitari locali.
Link www.cah.kg
www.dsc.admin.ch/asia-centrale
F e rn a n d o M o le re s /l a if
dici villaggi ne sono seguiti altri. Dal 2005, i co-mitati per la salute fanno parte del programma di riforma per la promozione dell’infrastruttura sani-taria nelle zone rurali. Oltre alla DSC anche altri donatori hanno aderito all’iniziativa, permetten-done la diffusione su tutto il territorio.
Dal canto suo, nelle province il ministero kirghiso mette a disposizione denaro e personale per soste-nere i comitati per la salute. Oltre alla collabora-zione con i progetti CAH, in molti luoghi i comi-tati hanno sviluppato iniziative proprie e oggi collaborano con svariati partner, così come con i
governi regionali. «La gente ha imparato a farsi sen-tire, a trattare con le autorità, a trovare le risorse. È così che nasce la democrazia dalla base. E il nostro progetto di promozione della salute, quasi senza vo-lerlo, vi ha fornito un importante contributo»,
conclude Tobias Schüth.■
(Tradotto dal tedesco)
Salute – un argomento globale
Negli ultimi anni la DSC ha continuamente am-pliato il suo impegno per la tutela della salute, specializzandosi in tre tematiche di fondo: - il rafforzamento dei sistemi sanitari a livello
lo-cale e nazionale;
- il miglioramento della salute di madri e bam-bini, nonché della salute sessuale e riproduttiva; - la lotta contro le principali malattie infettive e
non trasmissibili.
Nell’ambito della cooperazione bilaterale con l’Est e con l’Africa orientale e meridionale, la DSC sostiene progetti e programmi orientati pro-prio alla tutela della salute. Per gestire le risorse in modo confacente ai bisogni sanitari e al be-nessere degli utenti, il consolidamento della ge-stione è un fattore essenziale sul quale la DSC concentra i suoi sforzi. Grazie a una messa in rete mirata e a una presenza a livello multilate-rale, è possibile sfruttare le sinergie esistenti. In futuro, la Svizzera vuole dedicarsi maggior-mente al tema dello sviluppo e della salute con programmi specifici per i Paesi e a livello di poli-tica globale. Si tratta di un obiettivo ambizioso, considerando il gran numero di attori che già operano su questo terreno. «Per smuovere qual-cosa, dobbiamo focalizzare la nostra attenzione su quei campi tematici in cui riusciamo ad eser-citare una certa pressione grazie alla coopera-zione bilaterale e multilaterale e ai nostri parte-nariati strategici», precisa Gerhard Siegfried, responsabile del dossier salute presso la DSC. La lotta contro le malattie tropicali oramai tra-scurate è fondamentale, così come il sostegno fi-nanziario in favore di progetti volti a promuovere la salute. Fra gli altri aspetti va citato soprattutto l’impegno a ravvicinare i progetti e i programmi dei settori acqua o alimentazione, dove la salute
e forme innovative di cooperazione con l’aiuto umanitario hanno un ruolo molto importante.
www.dsc.admin.ch (chiave di ricerca: temi, sa-lute)
K o n ti n e n t/ la if
La cenerentola dei bilanci statali
Sanità per tutti. Fino ad oggi, è rimasto un sogno quello che
doveva essere l’obiettivo da raggiungere nel 2000. L’esperta di
politica sanitaria globale Ilona Kickbusch, a colloquio con
Gabriela Neuhaus, spiega che cosa non è andato per il verso
giusto e perché, nonostante tutto, sia ancora ottimista.
«Un solo mondo»: Perché la politica sanita-ria è un argomento globale? Le disparità fra le varie regioni e il divario fra i Paesi pove-ri e quelli pove-ricchi non sono troppo grandi? Ilona Kickbusch: Certo, le disparità sono
gran-di. Viviamo però in un mondo globalizzato e vari problemi sanitari sono da ricondurre a un deno-minatore comune. Esistono, ad esempio, delle cor-relazioni evidenti fra la fame in molti Paesi in via di sviluppo e la caratteristica di un’industria ali-mentare che da noi porta all’obesità. Queste inte-razioni sono considerevoli e diventano sempre più evidenti. Bisogna dunque agire su vari livelli. An-che con iniziative locali o addirittura individuali possiamo raggiungere molto. Un mio collega dice sempre che noi occidentali facciamo ogni giorno delle scelte politiche, soprattutto nel momento in cui facciamo la spesa e mettiamo la merce nel car-rello. Il nostro attuale elevato consumo di carne si ripercuote sulla vita dei contadini in un villaggio africano. Se continuiamo a sovvenzionare la nostra agricoltura, anche la distruzione di terreno agri-colo nei Paesi in via di sviluppo proseguirà.
Rovistare ogni giorno nel mondezzaio della città per trovare qualcosa da vendere, come deve fare questo bambino in Nicaragua, ha gravi ripercussioni sullo stato di salute.
Quali sono i punti centrali in ambito sani-tario?
L’ambiente, l’alimentazione e l’equa ripartizione. Ma vi sono anche problemi direttamente connes-si alla salute, per esempio l’aumento delle reconnes-sisten- resisten-ze agli antibiotici o le malattie non trasmissibili, quali il cancro o il diabete. Sono sfide che richie-dono iniziative nazionali, che toccano però anche gli interessi dei grossi gruppi multinazionali. Per questo motivo, gli interventi vanno coordinati a li-vello globale. Tra i temi su cui dovremo concen-trarci in futuro ci sono la definizione della salute in quanto bene pubblico collettivo e il finanzia-mento per garantirla a tutti.
Finanziare la salute diventa sempre più dif-ficile, sia da noi, sia e soprattutto nei Paesi poveri, dove spesso non è garantita neanche l’assistenza di base. Quali soluzioni ci sono?
Quando si parla di denaro, gli aspetti da conside-rare sono sempre due. Se guardiamo alla riparti-zione dei fondi fra i vari comparti dell’economia nazionale, in alcuni degli Stati più poveri notiamo
La specialista di scien-ze politiche e sociali Ilona Kickbusch è una navigata e rico-nosciuta esperta nell’ambito della poli-tica sanitaria globale, segnatamente nel campo della promo-zione della salute. Dopo gli studi all’Università di Costanza ha rive-stito per quasi 20 anni varie cariche in seno all’OMS. Ha fatto parte del gruppo di autori della Carta di Ottawa per la promozione della salute. Oltre al suo impegno di do-cente e consulente di istituzioni e organizza-zioni nazionali e inter-nazionali, dal 2008 Ilona Kickbusch è a capo della Divisione per la salute globale dell’IHEID di Ginevra.
www.ilonakickbusch. com
www.graduateinsti-tute.ch (chiave di ricer-ca: Global Health Pro-gramme)
E ri c L a ff o rg u e /I n v is io n /l a if
Dallo sviluppo sociale alle pari opportunità La Carta di Ottawa per la promozione della salute è stata approvata nel 1986 in occasione della prima conferenza internazionale dell’OMS per la promo-zione della salute ad Ottawa, in Canada. La Carta sancisce che «una buona salute è una risorsa significativa per lo sviluppo sociale, economico e per-sonale ed è una dimen-sione importante della qualità della vita» e che la salute è un bene che si basa sulle abitudini quoti-diane. Quali strategie di in-tervento per raggiungere la «salute per tutti», la Carta definisce «una politica glo-bale focalizzata sulla pro-mozione della salute», nonché la creazione di un sistema di assistenza che «va al di là dell’assistenza sanitaria». Un aspetto im-portante è inoltre la rivendi-cazione delle pari opportu-nità nel campo della salute, affinché tutte le persone siano messe in condizione di «realizzare appieno il loro potenziale di salute».
www.euro.who.int (chiave di ricerca: Ottawa Charter)
che la salute spesso non figura fra le priorità. Inol-tre, questi Paesi sperano molte volte che il budget per la salute sia ampiamente rimpinguato dalle or-ganizzazioni per lo sviluppo: si affidano quindi al sostegno finanziario esterno. Purtroppo, però, que-sti soldi sono inveque-stiti piuttosto in progetti indivi-duali e non nella creazione di sistemi sanitari su sca-la nazionale. E così, anziché unire i fondi per crea-re un sistema di assistenza sanitaria di base, alcuni si impegnano per migliorare la salute di madri e bambini, altri per la lotta contro l’AIDS e la mala-ria. Per la gente comune ciò significa dover fare mille peripezie, correre a destra e a manca per tro-vare la soluzione adeguata, quando in famiglia sono confrontati con vari problemi di salute.
Perché facciamo così fatica a promuovere di-rettamente i sistemi sanitari?
Visto che c’erano i mezzi per affrontare singole ma-lattie e salvare delle vite, la creazione di sistemi sa-nitari è stata trascurata, anche se questi ultimi sul lungo periodo sono garanti di un maggiore suc-cesso. I programmi medico-sanitari per la tutela della salute sono accattivanti, perché sono vicini alla persona e perché il loro impatto è quantificabile. Posso contare il numero di bambini che ho vacci-nato, così come le pillole contro l’AIDS che ho di-stribuito. Se invece investo in sistemi di assistenza sanitaria di base, l’effetto di solito non è così evi-dente e immediato. A ciò si aggiunge il fatto che negli ultimi venti anni le organizzazioni finanzia-rie come la Banca mondiale o il Fondo moneta-rio internazionale hanno incentivato e promosso la privatizzazione del settore sanitario. I sistemi sa-nitari nazionali, sviluppati dalle ex colonie dopo la loro liberazione, si sono disintegrati, così come sono
stati smantellati i sistemi funzionanti nell’ex Unio-ne sovietica. Ecco perché le attese in materia di sa-lute e speranza di vita, rispetto agli anni Sessanta, si sono ridimensionate in questi Paesi, a prescin-dere anche dall’AIDS in alcuni Stati africani.
Ma il diritto fondamentale alla salute è at-tuabile?
Se prendessimo sul serio il diritto dell’uomo alla salute, dovremmo trovare un sistema integrato di assistenza e prevenzione, in cui l’acqua e l’igiene e subito dopo le vaccinazioni contro le principali malattie infantili, l’attuazione della convenzione sul tabacco, nonché un’alimentazione migliore sono prioritari. In questi campi sappiamo cosa bisogna fare. Per quanto riguarda i farmaci, invece, dobbia-mo trovare nuove soluzioni. A lungo andare, il dobbia- mo-dello attuale dell’industria farmaceutica non è so-stenibile e lo sanno anche le multinazionali. Se non sarà più possibile generare utili importanti con i brevetti, ci dobbiamo aspettare una rivoluzione si-mile a quella che ha trasformato il settore dei di-schi in vinile. Per il momento, non sappiamo qua-le ripercussione avrà questo stato di cose sullo svi-luppo dei farmaci. Una possibilità sarebbe la costituzione di centri di ricerca, sull’esempio de-gli istituti internazionali di ricerca agraria. Paesi come la Svizzera o l’Unione europea potrebbero mettere a disposizione una parte dei loro ingenti budget di ricerca per contrastare le malattie che oggi sono ancora trascurate. ■
(Tradotto dal tedesco)
I sistemi sanitari che favoriscono la distribuzione di medicamenti direttamente nei villaggi, come in questo paese nel Somaliland, sono stati trascurati a lungo.
F ra n c e s c o Z iz o la /N o o r/ la if
Cifre e fatti
La salute è un diritto dell’uomo
1. Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni in-dividuo a godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale che sia in grado di conseguire.
2. Le misure che gli Stati parti del presente Patto dovranno pren-dere per assicurare la piena attuazione di tale diritto comprende-ranno quelle necessarie ai seguenti fini:
(a) la diminuzione del numero dei nati-morti e della mortalità infan-tile, nonché il sano sviluppo dei fanciulli;
(b) il miglioramento di tutti gli aspetti dell’igiene ambientale e industriale;
c) la profilassi, la cura e il controllo delle malattie epidemiche, endemiche, professionali e d’altro genere;
d) la creazione di condizioni che assicurino a tutti servizi medici e assistenza medica in caso di malattia.
Dal Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali; Convenzione dell’ONU sui diritti umani, Patto I, articolo 12, 1966
Fonti di informazione
Sito web dell’Organizzazione mondiale della sanità OMS
www.who.int
Sito web del Global Fund per la lotta contro l’AIDS, la tubercolosi e la malaria
www.theglobalfund.org
Rete Medicus Mundi Svizzera: informazioni esaustive e prese di posizione sulle tematiche di attualità in campo di politica sanita-ria nonché link verso le 45 organizzazioni aderenti a Medicus Mundi Svizzera
www.medicusmundi.ch
L’impegno della DSC per la salute
www.dsc.admin.ch (chiave di ricerca: temi, salute)
Sito web della rete DSC per la salute
www.sdc-health.ch
Alcune cifre
Nel 2009, la speranza di vita della popolazione globale era in media di 68 anni. Con 82 anni, la Svizzera si trova in cima alla classifica, mentre l’Afghanistan e il Ciad, con 50 anni, si piazzano pressoché in fondo.
Nel 2010, in Germania le spese per la salute ammontavano in media al 10.4 per cento del reddito pro capite.
Nel 2008, 36 milioni di persone sono morte a causa di una malattia non trasmissibile – ciò corrisponde al 63 per cento di tutti i decessi.
Il 23 per cento delle malattie è riconducibile a condizioni am-bientali. Secondo le stime, 2 milioni di persone muoiono a causa dell’approvvigionamento idrico inadeguato e dell’assi-stenza sanitaria carente.
Densità dei medici in alcuni Paesi
Numero calcolato su 1000 persone, statistiche 2007-2009
Mozambico 0.03 Burkina Faso 0.06 Afghanistan 0.21 India 0.65 Pakistan 0.81 Cina 1.41 Brasile 1.76 Giappone 2.14 Kirghizistan 2.30 USA 2.42 Svizzera 4.07
(Fonte: statistica OMS)
Il numero di medici pro capite è solo uno degli elementi per mi-surare l’assistenza sanitaria di un Paese. In tutti gli Stati, la densità di servizi medico-sanitari è notevolmente maggiore nelle regioni urbane che in quelle rurali.
Citazione
«Morte prematura, malattie evitabili e denutrizione sono tutte forme di povertà. Sono convinto che la deprivazione della sa-lute costituisca l’aspetto centrale della povertà».
M ic h a e l W ü rt e n b e rg /E x -P re s s
O
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Siamo a Maïkeri, un piccolo villaggio nel sud-ovest del Ciad. Davanti a una casetta di mattoni con il tetto di paglia, donne e bambini fanno la siesta e bevono tè zuccherato all’ombra di palme e alberi di karité mentre il sole si trova a picco nel cielo. Il silenzio viene rotto dal muggito di una mucca, dal grugnito di un maiale o dal belato di una capra. Un autentico idillio bucolico, se l’orizzonte non fosse offuscato dalle enormi ciminiere con la fiam-ma alimentata dal gas naturale, dalla linea ad alta
tensione con i suoi tralicci argentei, dai depositi ed edifici recintati del gigante ESSO.
Gli abitanti di Maïkeri vivono l’industria petroli-fera come l’invasione di una potenza straniera. In passato, c’erano soltanto fattorie, colture e savana nei dintorni. I contadini si recavano nei campi se-guendo le piste battute e coltivando quello di cui necessitavano per condurre la loro umile esisten-za. Tutto ciò appartiene ormai al passato, rimpian-ge il più anziano del villaggio, il 95enne Auguste
Alla mercé del petrolio
Dall’indipendenza ottenuta nel 1960, la storia del Ciad è intrisa
di scioperi nazionali e rivolte, ai quali hanno contribuito anche
i due vicini Libia e Sudan e, soprattutto, l’ex potenza coloniale:
la Francia. Ora, in questa nazione del Sahel regna la pace e le
esportazioni di petrolio fanno fluire nelle casse del governo
mi-liardi di dollari. Per gli undici milioni e mezzo di ciadiani si
pro-spetta quindi un futuro migliore? Di Ruedi Küng*.
I pozzi di estrazione di petrolio, come quello che si vede sullo sfondo, hanno sbarrato i sentieri verso i campi agli abitanti di Maïkeri.
R u e d i K ü n g ( 2 )
Djinodji: «Siamo poveri. Ma un tempo avevamo al-meno dei campi da coltivare. Il petrolio ce li ha por-tati via».
Lavoro soltanto per pochi
Attorno al villaggio sono stati trivellati una cin-quantina di pozzi, tutti copiosamente circondati da terra laterizia compattata e collegati fra loro da stra-de d’accesso. Questi e altri impianti hanno ridot-to drasticamente le superfici coltivabili, bloccando inoltre i sentieri e costringendo gli abitanti del vil-laggio a enormi deviazioni per raggiungere i
po-Il Ciad in sintesi Capitale N’Djamena (1 milione di abitanti) Superficie 1,28 milioni di km2 Popolazione 11,5 milioni di abitanti Lingue
Ufficiali: arabo, francese 130 lingue tribali, come il sara, il baguirmi, il tuburi, il moundang Età media 15 anni Speranza di vita 49,6 anni Religioni
Musulmani: 60 per cento Cristiani: 30 per cento Culti autoctoni: 10 per cento
Istruzione scolastica Due terzi della popolazione non sa né leggere né scri-vere. È il maggiore tasso di analfabetismo di tutta l’Africa.
Economia
L’80 per cento della popo-lazione attiva lavora nell’agricoltura, ma non è in grado di coprire il fabbi-sogno alimentare del Paese. Gravi siccità cau-sano regolarmente crisi di approvvigionamento. Prodotti d’esportazione cotone, bovini, gomma arabica e, dal 2003, petrolio.
chi appezzamenti di terra rimasti. Secondo le loro testimonianze, sono spesso vessati dagli impiegati delle imprese di sorveglianza. Nell’area di proprie-tà dell’impresa vi sono stati alcuni misteriosi furti, attribuiti agli abitanti del villaggio. Così, il gover-natore ha semplicemente imposto il coprifuoco. Da allora i guardiani sono ancora più meschini, affer-ma Auguste Djinodji. «Ci impediscono di lasciare il villaggio. Nemmeno in caso di grave malattia, ci permettono di raggiungere la stazione sanitaria più vicina, che si trova in un paese poco distante». Non è più possibile condurre la vita contadina del passato. ESSO ha indennizzato i contadini, ma molti di loro non sono stati capaci di gestire que-ste enormi somme di denaro e le hanno semplice-mente spese. Di lavoro ce n’è per pochi, anche per-ché manca un’istruzione scolastica. Nella povera capanna di paglia utilizzata come aula sono stipati oltre 60 scolari, che devono anche dividersi un unico libro di testo per materia, spiega l’insegnante Elisé Djikoldingam.
In cambio della trivellazione del cortile ricreativo, la scuola ha ricevuto un’indennità equivalente a 920 franchi. 195 franchi se li sono intascati vari im-piegati, con il resto sono stati pagati salari in so-speso, lavagne e gessetti. «Dopo aver perso i nostri
campi, abbiamo riposto tutte le nostre speranze nel petrolio. Inutilmente, però», constata amaramente l’anziano del villaggio.
Denaro sprecato, promesse vane
Village enclavé, ovvero circondato da impianti di
estrazione, Maïkeri è il villaggio più duramente colpito dall’industria petrolifera. Non è però un caso isolato. Molti villaggi situati tra Doba e Moun-dou, area con 800 pozzi di captazione, si trovano, infatti, in una situazione simile. I giacimenti di pe-trolio della regione – fra le più povere del Ciad –
In questa capanna, oltre 60 scolari seguono le lezioni di un solo insegnante.
sono noti fin dagli anni Settanta, tuttavia l’estra-zione dell’oro nero richiede enormi capitali. Per contenere i rischi, gli investitori di Stati Uniti e Ma-lesia hanno sollecitato la partecipazione della Ban-ca mondiale. Quest’ultima ha accettato, spinta dal desiderio di profilarsi nella lotta alla povertà e di elevare il Ciad quale esempio nello sfruttamento socialmente responsabile delle risorse.
Nel 1999, il progetto petrolifero del Ciad è stato suggellato con una pipeline lunga oltre mille chi-lometri attraverso il Camerun e che raggiunge il Golfo di Guinea. Gli investimenti complessivi sono stati pari a 3,7 miliardi di dollari. Quale contro-partita, il governo ha assunto l’impegno di investi-re parte delle entrate per l’istruzione, la sanità, la socialità, le infrastrutture, l’ambiente, le risorse idri-che e lo sviluppo rurale, soprattutto nella regione di estrazione di Doba, di creare un fondo per le ge-nerazioni future e di rendere pubblico l’impiego degli introiti del petrolio.
Ma di tutto questo non è rimasto molto. La rela-tiva legge è stata abrogata. Grazie al programma di sviluppo della zona di estrazione di Doba sono sta-ti costruista-ti un ospedale, una scuola superiore e uno stadio di calcio – strutture inutilizzate, afferma monsignor Michele Russo, vescovo di Doba. «Non
Ciad N’Djamena Centrafrica Nigeria Sudan Niger Algeria Libia Egitto Camerun
H e rv é V in c e n t/ R E A /l a if
Nonostante i proventi miliardari dell’industria del petrolio, la maggior parte della popolazione vive ancora nella più nera povertà.
c’è nessuna squadra di calcio, alla scuola mancano gli insegnanti e all’ospedale i medici e il persona-le di cura. Non si può certo parlare di sfruttamen-to socialmente responsabile del petrolio». Nel frat-tempo, la Banca mondiale si è ritirata dal proget-to.
Denaro per le truppe invece che per l’istruzione
Il fatto che il presidente Déby abbia rotto il suo impegno verso la Banca mondiale è una conse-guenza della crescente minaccia dei ribelli per il suo regime. Gli occorreva denaro per le armi e per comprarsi la lealtà delle truppe. Quando nel 2008 i ribelli del Ciad sono giunti fino alla capitale N’Djamena, Déby è riuscito a rimanere al potere soltanto grazie all’intervento dell’unità d’elite fran-cese «Épervier» di stanza nel Paese. I ribelli gode-vano invece del sostegno del presidente sudanese al-Bashir, che dopo aver aiutato il presidente cia-diano a rovesciare il dittatore Hissène Habré nel 1990, era ai ferri corti con lui a causa della rivolta del Darfur. Déby sosteneva gli insorti nel Darfur, al-Bashir aiutava i ribelli del Ciad. Dal 2010, tra i due presidenti corre di nuovo buon sangue, alme-no a detta del segretario generale del Ministero de-gli affari esteri, Moussa Dago. «I rapporti sono ec-cellenti – la ribellione è finita e regna la pace», so-stiene. Per la quarta volta, nel 2011 Déby ha sbaragliato l’opposizione politica alle urne. Il psidente ciadiano tiene saldamente in mano le re-dini del potere dopo aver stralciato l’articolo della Costituzione che limitava a due mandati la carica di presidente e grazie anche ai fedeli agenti di go-verno e partito che impediscono alle voci critiche di levarsi troppo alte.
Basi vitali minacciate dalla steppa
Lo Stato del Ciad vive oggi per due terzi grazie al petrolio. Stando alle dichiarazioni del presidente di ESSO Scott Miller, l’impresa ha versato nelle cas-se dello Stato cas-sei miliardi di dollari dall’inizio del-lo sfruttamento nel 2003. Intanto sono stati sco-perti altri giacimenti, il cui sfruttamento è stato ce-duto da parte di Déby – senza però definire vincoli sociali – alla compagnia petrolifera nazionale cinese CNPC. Quest’ultima ha posato un oleodotto tra la zona di estrazione presso Bongor e la capitale N’Djamena, dove ha costruito una raffineria in esercizio dal 2011.
Grazie al petrolio, il prodotto interno lordo del Ciad è passato da 200 a oltre 900 dollari pro capi-te. A N’Djamena, sulle larghe strade asfaltate cir-colano lussuose limousine e fuoristrada climatiz-zati. Lungo i viali sono stati costruiti o riattati mi-nisteri, edifici amministrativi, un ospedale, scuole,
alberghi e abitazioni. Eppure la povertà è ancora enorme. Nell’indice ONU sullo sviluppo umano, il Ciad figura ancora al quint’ultimo posto. La po-vertà è dilagante, non soltanto in campagna, ma an-che nei quartieri periferici della capitale. Le per-sone, molte provenienti dalle zone rurali, vivono in semplici casupole di mattone, prive di acqua ed elettricità. Gli alberi sono rari e le notti sono buie. Nel frattempo, il presidente del Ciad rinnova le sue promesse alla popolazione delle varie culture ed et-nie: sicurezza alimentare, servizi sanitari, abitazio-ni salubri, acqua potabile ed energia, così come buongoverno, trasparenza e unità nazionale. Assi-cura sostegno all’agricoltura e all’allevamento di bestiame, entrambi ampiamente trascurati a causa del petrolio. Secondo il rappresentante della Ban-ca mondiale Jean-Claude Brou, negli ultimi dieci anni la produzione di cotone si è ridotta a un quin-to. Ma quello che occorre è un sostegno durevo-le. Infatti, le basi vitali della maggior parte della po-polazione ciadiana sono minacciate dall’avanzata della steppa e dai mutamenti climatici.
Quanto la situazione sia precaria, lo dimostra la sic-cità che perdura dal 2010: ha decimato il patrimo-nio zootecnico e ridotto di oltre un terzo la pro-duzione di cereali. Il cammino del Ciad verso un futuro migliore è ancora lungo. ■
*Ruedi Küng è stato per dodici anni corrispondente in
Africa per le radio svizzere; attualmente collabora con In-foAfrica.ch in veste di esperto di questioni africane. (Tradotto dal tedesco)
Barili di petrolio Con una produzione me-dia di 120 000 barili al gior-no, il Ciad è un piccolo produttore di petrolio nel panorama africano. La Nigeria ne estrae venti volte di più. Ciò nono-stante, dal 2003 il petrolio ha fruttato al governo cia-diano oltre 6 miliardi di USD, ossia il 70 per cento delle entrate pubbliche. I 120 000 barili (unità di misura) del prezioso greg-gio potrebbero riempire 86 000 bidoni di petrolio – che nel Paese non fanno certo difetto. Al mercato del metallo del quartiere Moursal di N’Djamena, i barili usati vengono acca-tastati in pareti alte diversi metri. I fabbri li utilizzano per tagliare, martellare e saldare ogni immaginabile oggetto d’uso: pentole, padelle e wok, piccole stufe, valige e carretti, pale, picconi e zappe. I bidoni usati trovano ovunque una seconda vita, anche come taniche per l’acqua. Nel deserto dell’Ennedi e del Tibesti i nomadi li usano per rin-forzare i pozzi.
Didier Douziech, direttore dell’Ufficio della cooperazione di N’Djamena
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Fortunatamente l’aeroporto di N’Djamena, che dista soli due minuti da casa mia, non ha nulla a che vedere con gli enormi scali di Londra o Pari-gi. Il traffico è così sporadico che il rumore degli aerei non mi infastidisce. Per contro, ogni mattina alle sette dalla base militare francese, stanziata ac-canto all’aeroporto, decollano dei Mirage che fan-no un baccafan-no terribile. Impossibile poltrire a let-to. È seccante soprattutto nei fine settimana. In settimana mi alzo alle sei. Sono uno dei primi ad arrivare in ufficio, verso le sette e un quarto. Il mio primo compito è leggere la posta e firmare vari documenti, come contratti, assegni, bonifici ban-cari.
Questa mattina, i miei colleghi ed io facciamo il punto sui progetti in corso. A quest’importante in-contro settimanale partecipano i sei incaricati di programma e i cinque membri della direzione. Ognuno spiega l’evoluzione dei progetti di cui si occupa e fornisce informazioni utili al team. Oggi sono costretto a lasciare prima la riunione perché alle dieci ho appuntamento con alcuni donatori negli uffici della Banca africana di sviluppo.
I donatori si riuniscono una volta al mese per co-ordinare le loro attività. Lanciato nella primavera del 2011, questo processo sta già dando i primi frut-ti. Ognuno di noi sa esattamente quali sono i com-piti degli altri e di quali regioni è responsabile. Per migliorare il coordinamento nei vari settori abbia-mo anche creato sottogruppi tematici. Ma le au-torità del Ciad fanno ancora fatica a «sedere al timone». Devono formulare strategie chiare affin-ché gli aiuti possano essere allineati alle priorità na-zionali.
Tornato in ufficio, mangio in fretta un frutto e ri-leggo una domanda di credito che dovrà essere in-viata rapidamente a Berna. Alle quindici ho ap-puntamento con il ministro dell’agricoltura per di-scutere un accordo bilaterale per l’attuazione di un programma DSC di gestione delle acque di ru-scellamento nella regione saheliana di Ennedi.
Tre strumenti di cooperazione
Il Ciad è un Paese priorita-rio dell’aiuto bilaterale della Confederazione, che in questa regione è presente dal 1965. Attualmente la DSC realizza una dozzina di progetti di sviluppo nelle tre principali zone agrocli-matiche del Paese – il Sahara a nord, il Sahel al centro e le regioni tropicali a sud – nei settori della sanità, dell’istruzione e dell’economia rurale. La DSC fornisce anche assi-stenza umanitaria ai rifu-giati. Oltre 250 000 profughi del Darfur vivono lungo il confine con il Sudan, men-tre 75 000 centroafricani in fuga da vari conflitti armati hanno trovato rifugio nel sud. Anche la Divisione Sicurezza umana del DFAE è presente nel Paese, con un programma di preven-zione dei conflitti e promo-zione della pace.
www.dsc.admin.ch/ciad www.swiss-cooperation. admin.ch/tchad
I progetti della DSC sono distribuiti sull’intero ter-ritorio di questo vasto Paese. Viste le distanze, mi è impossibile visitarli tutti regolarmente. Sono gli incaricati di programma e i miei due assistenti ad assicurare il follow-up; sono più vicini alle opera-zioni, mentre il mio ruolo è piuttosto quello di un manager. Oltre agli affari correnti, quest’anno sia-mo tutti impegnati nell’elaborazione di una nuo-va strategia di cooperazione per il periodo 2013-2016. La DSC intende concentrare le attività sia dal profilo geografico che tematico.
Solitamente lascio l’ufficio verso le diciotto. Talvolta i colleghi ed io dobbiamo partecipare a cocktail di-plomatici o ricevimenti ufficiali, dato che la Sviz-zera non ha un’ambasciata nel Ciad. Questa sera ho fortuna: non c’è in programma nessun impe-gno mondano. Arrivato a casa, mi siedo un attimo in giardino per osservare la ricca avifauna locale. Non me ne intendo un granché, sono tuttavia riu-scito a identificare una dozzina di specie di uccel-li. Mia moglie ed io trascorriamo la serata a casa. Ci sono alcuni buoni ristoranti a N’Djamena, ma ceniamo raramente in città.■
(Testimonianza raccolta da Jane-Lise Schneeberger) (Tradotto dal francese)